Ospite
comments 3

Vito Nesta

racconta il suo marchio Vito Nesta Grand Tour

«Passo tanto del mio tempo in viaggio. A volte lontano da casa, ad annusare gli odori del mercato centrale di Kyoto, a farmi incantare dall’intensità unica del rosso nel santuario sul monte Fushimi Inari, a perdermi nei meandri del Gran Bazar di Istanbul. In altre occasioni, invece, ad andare via è solo il mio immaginario. Per farlo volare basta il decoro dell’anta di un armadio, quello su un tessuto goffrato dimenticato in un archivio, o su un ventaglio abbandonato sul carretto di un rigattiere. Ci sono così tante meraviglie al mondo, se si ha il tempo e la voglia di trovarle. Quando un girigoro, una cromia, un’immagine mi rapiscono io mi innamoro: e qui inizia il mio percorso da designer. Perché un oggetto può essere tante cose: uno strumento, un simbolo, un ponte per collegarci al passato attraverso il ricordo o proiettarci verso il futuro. A me piace che sia il canovaccio di un racconto di cui io sarò l’autore solo per metà, insieme a chi lo usa. Per questo nelle cose che creo il decoro non è un’aggiunta ma l’essenza stessa del progetto. Quando vengo rapito da qualcosa che trovo nei miei viaggi veri o immaginari, lo riproduco: a mano io stesso, oppure operando trasformazioni con il computer insieme a un mio collaboratore, lavorando di collage, assemblaggio, mix. Lo scopo è ritrovare e isolare quello che mi aveva colpito al cuore e riproporlo perché chiunque possa godere del suo potere onirico. È per realizzare collezioni per la casa che abbiano il viaggio – mio e del pubblico, reale o immaginario – come punto di partenza e di arrivo che ho creato il mio marchio Vito Nesta Grand Tour che presento a Maison & Objet, il salone della home decoration di Parigi. Perché il Grand Tour, per gli artisti del nord Europa del primo Ottocento, era l’occasione per assorbire le atmosfere di paesi lontani e riprodurle, senza realismo ma con una silimitudine in grado di far sognare. Spero che questo nome, Vito Nesta Grand Tour, aiuti il pubblico a capire che questa collezione – per ora di piatti, mani di porcellana e tappeti – è un’erede di questa tradizione romantica: la chiave per regalarsi il sogno, ogni giorno, tra le pareti della nostra casa».

VITO NESTA, designer, art director, interior decorator e artigiano. Pugliese, vive e lavora a Milano.

3 Comments

  1. Cara Laura,

    Qualche giorno fa ho letto l’articolo scritto su Vito Nesta e, pur conoscendolo profondamente e avendo con lui condiviso molti dei suoi processi progettuali, sono rimasta affascinata dal racconto del suo mondo, ripercorrendo quella stessa atmosfera onirica in cui mi capita di entrare ogni volta che Vito mi racconta un nuovo progetto o il ricordo di un episodio della sua infanzia… Prima di incontrare lui, non avevo mai compreso fino in fondo il valore, ma direi anche il carattere di necessità, del decoro.

    Letto l’articolo, come è normale prassi, ho curiosato ampliando lo sguardo su “design@large”. Vi ho trovato moltissime affinità con quella sensibilità che cerco di coltivare attraverso il mio mestiere, ma che forse, molto più spesso, sfora in campi complementari all’architettura, strettamente intesa, quali la progettazione partecipata come esercizio di cittadinanza e quindi l’arte, la sociologia, la geografia per tornare alla trasformazione del territorio.
    È così che ho immaginato che alcuni miei progetti potessero raccogliere il tuo interesse.

    Ma credo che prima ancora possa essere utile presentarmi brevemente.

    Sono un architetto di origine italiana e nonostante la radicata presenza del mare e del suo ampio orizzonte nel mio animo, ho scelto di chiedere la naturalizzazione svizzera perché profondamente convinta che, nonostante il sentirsi cittadini del mondo, sia poi importante sentirsi agganciati al luogo in cui si abita, sentirsene parte e così anche responsabile delle sue “forme” e, più in generale, delle scelte che la comunità compie.
    Probabilmente questo mio sentire deriva proprio dal mestiere, che inevitabilmente m’induce a riflettere, cimentarmi e prendere posizione sulle dinamiche che generano la trasformazione del territorio.
    Ed ancora, se pare ormai un dato acquisito che la qualità nei nostri agglomerati sia un vago ricordo, è anche vero che noi per primi siamo chiamati ad adoperarci per porvi rimedio, riscoprendo il valore civico (in cui è l’etica) del mestiere di architetto.
    Per dare forma a questo pensare, dal 2015 sono promotrice di un Workshop di Progettazione Urbana” (http://www.architettolamanuzzi.com/eventi/wpu-settembre-2017), nel 2016 ho fondato l’associazione “microcittà” (a breve in rete) e nel 2012 costruisco la mia prima installazione urbana a Stabio “La città racconta” (Studio Lamanuzzi | Architetto in San Pietro | Eventi | La città racconta)

    Ed è proprio su quest’ultima esperienza che pensavo di invitarti a porre la tua attenzione, vista la rinnovata installazione, ancora visitabile presso il Castello di Bisceglie, mio paese d’origine, dove giunge dopo l’allestimento a Stabio (paesino del ticino dove abito), il passaggio in forma ridotta a Barcellona ed il premio per l’edizione 2015 del concorso Faigirarelacultura (Vivere lo spazio – #faigirarelacultura).
    L’aspetto più interessante della versione biscegliese de “la città racconta” è stato quello di essere riuscita a far lavorare insieme per la città quasi una trentina di architetti locali, che intravedendo nell’installazione la possibilità di attivare finalmente un confronto costruttivo su essa, sono partiti da una loro lettura contemporanea di quella città che quotidianamente vivono e indagano, mirando ad allargarne il dibattito, migliorarne la qualità, ma anche le offerte e le opportunità aprendo una sorta di filo diretto con la cittadinanza e l’amministrazione.
    Si potrebbe scrivere un interessantissimo libro dalla raccolta di tutte le riflessioni che hanno animato la chat di gruppo che per due mesi ha fatto vibrare i telefoni di tutti i partecipanti al progetto!!! E penso che questa sia stata la vera “opera d’arte”: aver svelato a loro stessi, gli architetti, inizialmente diffidenti ed arrabbiati con il mondo, che anche tra professionisti è possibile, e forse dovremmo dire doveroro, mettere da parte il classico rapporto di concorrenza per confrontarsi costruttivamente sull’urgenza di tornare a fare qualcosa per le nostre città, a riconsegnarle qualità.
    Ma se non noi, che quotidianamente ci alleniamo a trasformare lo spazio in cui abitiamo, chi altri può alimentare il dibattito sulla necessità di qualità nelle nostre città anche per migliorarne la salute sociale?
    Questo il motivo per cui piuttosto che banalmente trasferire l’installazione da Stabio a Bisceglie, passando attraverso un

    superficiale cambio foto, ho ritenuto che la condizione per cui l’installazione si muovesse fosse quella di farle raccontare veramente una nuova città. E chi altri interrogare se non gli architetti locali?
    “La città racconta”, edizione biscegliese è stata così un esperimento non tanto espositivo quanto comunicativo. Esso ha tutte le potenzialità per essere ancora sviluppato in direzione culturale ma anche e soprattutto sociale e partecipativa. Per esempio, come spesso si è detto durante le tavole rotonde che si sono succedute nella fase di messa a punto dell’installazione, attivando i cittadini a comprendere che essi stessi, che con i loro gesti, a volte incuranti delle ricadute, contribuiscono a trasformare la città, potrebbero sperimentare modi che trasformino quegli stessi, spesso anonimi, spazi del quotidiano in luoghi a loro misura.
    L’installazione si compone di diverse torri rosse, di altezze diverse e disposte a spirale come a formare una sorta di città immaginaria, proprio quella che Calvino racconta nel suo “Le città invisibili” quando dice “Ci sono frammenti di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nascosti nelle città infelici”.
    Ognuna delle torri ha una finestra su cui è disposta un’immagine che ritrae luoghi in cui la qualità dello spazio è immediatamente riconoscibile. La torre più alta proietta una sequenza d’immagini e riflessioni che raccontino non solo la loro visione della città, ma anche il loro rapporto con essa e la loro “dichiarazione d’intenti”.
    E per chiudere con parole, per te certamente più familari, mi permetto di citare Stefano Mirti intervistato su “999 domande sull’abitare”
    “Parliamo di abitare ma non siamo più ai tempi di Le Corbusier, quando un grande genio sognava e il resto del mondo seguiva le sue ricette. L’universo in cui ci muoviamo è una tramatura fatta di persone – attivisti, centri di ricerca, scuole, grandi corporazioni, piccole imprese, intellettuali, artisti… – che modificano il modo in cui viviamo: ecco perché era necessario interpellarle.” La città racconta è un’installazione urbana “post-autoriale, nata in un mondo senza super-eroi ma in cui il pensiero nasce e si sviluppa nel gruppo”.

    Fiduciosa di averti incuriosito e così aiutarmi ad estendere l’eco de “la citta racconta”, resto volentieri a disposizione anche per una piacevole chiacchierata (il Ticino e Stabio in particolare è proprio dietro l’angolo).

    Un caro saluto e a presto

    Licia (Felicia)

  2. Cara Laura,
    Qualche giorno fa ho letto l’articolo scritto su Vito Nesta e, pur conoscendolo profondamente e avendo con lui condiviso molti dei suoi processi progettuali, sono rimasta affascinata dal racconto del suo mondo, ripercorrendo quella stessa atmosfera onirica in cui mi capita di entrare ogni volta che Vito mi racconta un nuovo progetto o il ricordo di un episodio della sua infanzia… Prima di incontrare lui, non avevo mai compreso fino in fondo il valore, ma direi anche il carattere di necessità, del decoro.
    Letto l’articolo, come è normale prassi, ho curiosato ampliando lo sguardo su “design@large”. Vi ho trovato moltissime affinità con quella sensibilità che cerco di coltivare attraverso il mio mestiere, ma che forse, molto più spesso, sfora in campi complementari all’architettura, strettamente intesa, quali la progettazione partecipata come esercizio di cittadinanza e quindi l’arte, la sociologia, la geografia per tornare alla trasformazione del territorio.
    È così che ho immaginato che alcuni miei progetti potessero raccogliere il tuo interesse.
    Ma lo scritto che ho elaborato per illustrarti ciò che faccio è troppo lungo per le poche righe qui a disposizione e così, fiduciosa che possa rientrare nei tuoi interessi rimetto a te l’invito ad un approfondimento.
    Incrocio le dita e porgo il mio più caro saluto

    Licia

  3. Letto l’articolo, come è normale prassi, ho curiosato ampliando lo sguardo su “design@large”. Vi ho trovato moltissime affinità con quella sensibilità che cerco di coltivare attraverso il mio mestiere, ma che forse, molto più spesso, sfora in campi complementari all’architettura, strettamente intesa, quali la progettazione partecipata come esercizio di cittadinanza e quindi l’arte, la sociologia, la geografia per tornare alla trasformazione del territorio.
    È così che ho immaginato che alcuni miei progetti potessero raccogliere il tuo interesse.
    Ma lo scritto che ho elaborato per illustrarti ciò che faccio è troppo lungo per le poche righe qui a disposizione e così, fiduciosa che possa rientrare nei tuoi interessi rimetto a te l’invito ad un approfondimento.
    Incrocio le dita e porgo il mio più caro saluto
    Licia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *