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Tre giorni al Web Summit a Lisbona. Dove si capisce che…

È l’evento tech più grande al mondo. Ma quello che lascia a bocca aperta al Web Summit non è l’intelligenza artificiale ma come quella umana decide di usarla. È, questo, un universo dove il design entra in punta di piedi. Ed è un peccato. Perché quando conta non quello che si può fare ma ciò che val la pena fare, il progetto avrebbe molto da dire.

Esiste un mondo parallelo a quello in cui viviamo ed era in scena a Lisbona in occasione del Web Summit, la più grande conferenza tech al mondo.

Un luogo dove, persino alla macchinetta del caffè o al guardaroba, sopra ogni scambio di battute aleggia quell’intelligenza pungente che fa sentire vivi. E bastano un paio d’ore per sentirsi sopraffatti dalla sensazione che il futuro si stia creando qui.

È una sensazione paragonabile a quella che si ha quando si mette piede nel Far East per la prima volta e si pensa “ecco come sarà”. E fa un po’ paura. Perché questo è un universo sconosciuto a chi non si occupa di tecnologia. Che a volte diventa impenetrabile (quando si va sul tecnico). E che può far sentire “fuori tempo massimo” chi ha più di 40 anni, visto che è popolato da ragazzi e ragazze giovanissimi sotto i 30, ma spesso anche sotto i 25 (e già imprenditori).

Al Web Summit, le regole del vecchio mondo non hanno valore.

Non ci si fa notare per il look ma solo quando si apre bocca. E, in fila per la piadina, trovi il CEO che ha appena portato a casa milioni di dollari di investimenti courtesy di Jeff Bezos. la signorina che lavora per l’ente aerospaziale europeo, il teen ager che ha inventato un metodo per fare l’esame del sangue senza prelievi. La boria di chi è arrivato non appartiene a questa gente che sembra non smettere mai di cercare.

Plastica compostabile di Tipa, un’azienda israeliana fondata da Daphna Nissenbaum

Ci sono poi l’ottimismo e il pragmatismo.

Qui per esempio nessuno ha paura che l’intelligenza artificiale ci porterà via il lavoro. Che ci sostituisca nei mestieri creativi. Perché nel mondo del tech reinventarsi ogni giorno è la norma. Al Web Summit nessuno si chiede se i social servano o no: piuttosto la domanda è come sfruttarli sapendo che abbiamo avuto solo un assaggio di quello che possono offrire.

Non è una negazione dei problemi.

Tutti sono ben coscienti del fatto che il sistema (quello basato sulla quantità dei click) che premia il rumore – qualunque esso sia – va messo in discussione. Che le fake news prolifrano. Che la raccolta dei dati è una questione seria. Ma, semplicemente, al Web Summit vige la certezza che verranno risolti perché qualcuno inventerà il modo per farlo.

Elli-q di Intuition Robotics, un sistema di AI per aiutare gli anziani a comunicare con strumenti digitali ed essere attivi in casa

Non a caso qui l’ambizione si esprime senza paura di suonare ridicoli.

Era infatti serissima Daphna Nissenbaum mentre diceva «con questa possiamo cambiare il mondo», facendomi toccare la plastica bio-degradabile che ha inventato e che già produce. Mentre Michael Markesbery, che ha modificato un gel che isola le navicelle spaziali e ora lo usa per creare capi di abbigliamento “più sottili e caldi al mondo (per il quale si è appena aggiudicato un’iniezione di capitale di 5 milioni), dice: «La questione non è chi mi farà arrivare ma chi mai mi fermerà». (La frase è dell’architetto Howard Roark, eroe del libro di Ayn Rand “La Fonte Meravigliosa”, simbolo letterario della lotta contro il conformismo).

Michael Markesbery, co-fondatore e CEO di Oros Apparel: ha modificato un gel sviluppato dalla Nasa per rendere i capi di abbigliamento leggerissimo ma resistenti a temperature estreme

Cosa c’entra tutto questo con il design?

Moltissimo. Perché è proprio laddove si inventa il nuovo che il design dovrebbe sempre essere di casa. Design inteso come pensiero in grado di unire i puntini, fare connessioni fuori dalla propria comfort zone, immaginare con curiosità, motivazione e iniziativa. Non era forse questa modalità di pensiero che ha reso grandi maestri come Achille Castiglioni (leggi anche qui)?

Un design quindi che cancelli le rigidità di un mondo fatto di barriere – psicologiche, geografiche e creative. E anche sociali. Perché quando parli con uno cresciuto in una fattoria del Winconsin che è in grado di far produrre una pianta 30 volte di più di quanto avvenga in una serra (ingegnerizzando non i semi ma l’ambiente in cui crescono) ti rendi conto che nel nuovo mondo – quello che il Web Summit ha portato a Lisbona – non è chi sei che conta ma la forza delle tue idee. E il coraggio di portarle fino in fondo.

La tecnologia ha bisogno di design thinking.

Il design iniettato nella tecnologia ci fa infatti sentire immediatamente bene. A casa. Come quando al posto dei robot dalle fattezze umane – francamente inquietanti – troviamo oggetti come Elli-q. un sistema di AI che aiuta gli anziani a usare i social media, tenersi in contatto con il mondo fuori di casa ed essere attivi. Il suo aspetto confortante – sembra una lampada – è nato dopo analisi su come gli ultra 75enni vivono la domesticità. E dalla mano di un designer…

Perché – e al Web Summit lo dicevano tutti – quello che conta non è ciò che si può fare ma quel che val la pena fare. Una sfida etica (su questo leggi anche qui). Ma anche progettuale, che può nascere solo da una comprensione intima delle persone e dei loro modi di relazionarsi con le cose, le persone e gli spazi. Perché algoritmi e machine learning aiutino a risolvere i grandi problemi dell’umanità invece di crearne di nuovi.

 

 

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