Design, Giovani designer
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Soldi e successo. I tabù del design

Quanto guadagnano davvero i designer? Essere famosi significa diventare ricchi? Meglio una padella o un divano di lusso? Un aggiornamento allo Zero Design Festival a Milano

Erano queste le domande a cui ho cercato di rispondere, parlando con una decina di designer più o meno di successo, con un mio articolo pubblicato sul Dcasa nel 2011 che ha suscitato numerose reazioni. La più appassionata è stata quella di Stefano Giovannoni, uno dei progettisti italiani che ha fatto maggior fortuna nel mondo (leggi qui la risposta di Giovannoni).

Il 21 marzo, in occasione dello Zero Design Festival, parleremo, proprio con Stefano Giovannoni, di questo tema. A entrata libera, dalle 16.

Leggi l’articolo apparso sul Dcasa, aprile 2011, cliccando qui

Leggi la risposta di Stefano Giovannoni cliccando qui

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  1. Questa tematica è stata toccato e discussa più volte, ma quello che mi piacerebbe fare è spostare la conversazione su due livelli paralleli, a mio avviso più importanti: Il “cambiamento” e l'”imprenditoria”.

    Il mondo si evolve, l’economica si evolve, e di conseguenza anche la professione si evolve, se ne creano di nuove e altre spariscono. Il designer industriale italiano dove si colloca in questo scenario? Se dovessi pensare di emulare il “modello” del designer anni ’90 sarei morto prima di nascere. Io, noi, siamo designer anni 00, nati a cavallo della crisi mondiale che ha di fatto cambiato tutto lo scenario globale e anche le regole con le quali giocare. O si accetta il cambiamento e si reagisce di conseguenza, oppure si muore. Questo vale per tutte le professioni, designers compresi. A mio avviso i designer negli anni 90 sino ai primi anni 00 hanno fatto più danni che altro, nel senso che hanno spremuto il sistema e hanno giovato di un mondo industriale che gli ha permesso di essere quelli che sono; maestri compresi. Detto ciò ” bella per loro”!, le regole sono cambiate, lo scenario industriale italiano e mondiale è cambiato, ergo le vacche grasse non ci sono più e quel sistema lavorativo non esiste più. Soluzione?….Essere imprenditori veri, a tutti gli effetti.

    Il designer è un imprenditore, se non ragione come tale muore, e se ragione come imprenditore e fa le scelte sbagliate muore ugualmente, come tutti gli imprenditori del resto. Con questo semplice concetto voglio solo dire che il mio lavoro è fatto di tante sfumature, da quelle relazionali a quelle economiche, passando per il marketing e alla fine se c’è tempo….parliamo di curve, superfici e di progetto. Quindi è inutile lamentarsi, attaccarsi a falsi miti e pensare che il design sia fare imbottiti e sedie… il design è ovunque, è tutto quello che vogliamo che sia e i campi di applicazioni sono estesi, in termini di settori merceologici e di confini geografici. Io creo valore aggiunto, diamo valore e senso agli oggetti, e credo che i campi di applicazione sia pressoché infiniti.
    Il guadagno, il successo è in noi e nelle nostre conoscenze, nella nostra formazione individuale e ripeto nelle nostre decisioni strategiche di ogni giorno; prima di fare bisogna pensare su cosa si fa, dove si va e per chi lo si fa. Alla fine si tratta di scelte e di essere in grado di capire quali siano giuste e quali no.
    Parliamo di formazione. Io ho fatto Disegno Industriale al Politecnico di Milano. Anno di Laurea 2004. Mi reputo fortunato..dai anche bravo..ma dopo 10 anni di attività, di scelte e strategie giuste e sbagliate, è sempre più chiaro che la formazione del disegnatore industriale è troppo poco manageriale, siamo carenti di skills in termini di strategia, di marketing e di economia. La differenza tra un bravo designer un non designer sta tutta li, perchè alla base..per fare questo mestiere devi per forza essere un bravo designer tout court, altrimenti non fai nemmeno un metro nel mondo industriale reale. Facendo un parallelo, gli ingegneri civili ed edili fanno stare in piedi i ponti, ma gli ingegneri gestionali dirigono le aziende e gli ingegneri civili stessi. Ho speso 10 anni della mia professione per imparare ad essere un “designer gestionale”, forse l’università mi avrebbe dovuto aiutare ad esserlo un po prima!

    Sono designer, amo quello che faccio, diversifico e non faccio molte sedie..ma ho capito che il mondo è pieno di oggetti che anno bisogno di essere valorizzate.

  2. claudio moderini says

    leggendo questo articolo mi prende un senso di dejavu: quanti designer oggi pensano seriamente di guadagnare con le royalties dei loro prodotti, rispetto a quelli che guadagnano o meglio si mantengono facendo una serie di altre cose, tra cui vendere consulenze strategiche, fare gli art director, autoprodursi (i più intraprendenti) o farsi produrre (i più smart), o intraprendere la strada dei prodotti di lusso a serie limitata, oppure entrare in altri mercati, come l’arte, oppure partecipare a progetti finanziati da enti pubblici, o privati, o fondazioni, e a volte partecipare a progetto didattici mal pagati ma pagati, oppure chiedere, e ottenere 1000 euro per un giorno più rimborso spese per partecipare ad una conferenza, fare cultura, scrivere libri, blog (con pubblicità) o articoli, partecipare a conferenze viaggiando in economy (molti) ma pretendendo la business, insomma il mestiere del designer, oggi, rispecchia il contesto sul quale incide, e richiede una certa dose di intraprendenza e imprenditorialità. Mi fa sorridere il senso di compassione che emerge dall’articolo per una professione che ha ampio spazio nella contemporaneità e che offre molte opportunità a patto di essere in grado di distaccarsi da una visione stereotipata del Design. In sintesi: i designer si danno da fare ma non sono poveri!

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