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«Abitare è abitarsi»: progettare una casa felice si può, guardandosi dentro

written by Laura Traldi

Le nostre case ci fanno stare bene o male, perché il design dei nostri interni ha un impatto enorme sul nostro benessere. Per creare il nido migliore bisognerebbe investire tempo per conoscersi, più che conoscere le tendenze. Soprattutto quando si progettano spazi intimi come il bagno. I consigli della psico-analista che sussurra agli architetti, Donatella Caprioglio

Questo articolo è apparso su INTERNI Annual Bagno 2019

Vanno a decine e decine, gli architetti, ad ascoltare Donatella Caprioglio. All’estero, in Italia.
Perché la psicoanalista è anche l’unica professionista del settore a prendere seriamente il tema dell’abitare. «Abitare è abitarsi», dice.

Una frase un po’ sibillina che spiega nel suo libro (Nel Cuore delle Case, ed.Punto di Incontro), diventato una specie di bibbia per chi vuole progettare tenendo a mente il benessere psicologico di chi vivrà nei suoi spazi. «Le case parlano di noi: dei nostri sogni, paure, speranze. Capendo meglio cosa gli spazi significano per le persone aiuta gli architetti a progettare meglio e chi abita i loro ambienti a viverli appieno».

Una lezione da tenere ben presente, soprattutto quando si parla di bagno.

Dottoressa Caprioglio, come mai ha iniziato a occuparsi di case?

«Come psicanalista sono specializzata nei bambini da 0 a 3 anni. Cioè sulla fase di costruzione dell’identità. Per ognuno di noi, chi saremo viene determinato in gran parte da quello che viviamo in quei primi mesi di vita: dal terreno famigliare, dal tratto generazionale, dalla famiglia, e dalle relazioni precoci. La qualità di queste relazioni determinerà la nostra identità: sarà forte o debole, solida o traballante. Tutto ovviamente si può riparare ma se le fondamenta sono buone è più semplice costruire. È proprio come quando si realizza una casa, ho pensato un giorno. E in quel momento mi sono resa conto che il luogo in cui abitiamo e l’identità si costruiscono allo stesso modo».

benessere bagno

L’accesso visivo al verde è fondamentale per il benessere

 

Tante altre cose vanno costruite con cura, però, non solo le case…

«Vero. Ma la casa è un archetipo universale, un oggetto esterno ma che fa parte di noi, una “coperta” di cui abbiamo tutti bisogno. Basta osservare un bambino nella sua evoluzione: appena impara a gattonare corre sotto il tavolo per cercare protezione, per riprovare la sensazione del ventre materno. La casa è il nostro rifugio, per questo è così indissolubilmente legata a noi. E ha un senso rivolgerle uno sguardo psicoanalitico».

E cosa dice questo sguardo psicoanalitico sulle nostre case?

«Innanzi tutto avvicina gli spazi abitativi alle nostre pulsioni. Da 0 a 3 anni, scopriamo progressivamente il nostro corpo e quello degli altri attraverso le fasi orale, anale e genitale. La prima corrisponde al cibo, all’attaccarsi al seno della mamma: è la pulsione di vita primordiale. Nella casa, è la cucina. La seconda è il momento in cui il bambino diventa indipendente rispetto ai suoi bisogni: si è studiato, capito, ha guadagnato padronanza di sé e della sua intimità. Il corrispondente abitativo è il bagno. L’ultima fase è invece quella in cui il bambino scopre la sua sessualità e sperimenta, anche aprendosi al mondo: e arriviamo alla camera da letto. A seconda di come le persone investono nella progettazione di queste tre stanze – le uniche che esistono in tutte le case del mondo – possiamo capire in che modo ci rapportiamo a queste tre modalità di vita: la sopravvivenza e la condivisione, il benessere e la cura personale, i rapporti intimi con gli altri».

Kyoto home Beach 07

Casa a Kyoto, progetto di 07Beach

Quindi secondo lei scegliere una cucina xs oppure un bagno xl dice molto su chi siamo?

«Certamente. Anche se non è tanto questione di dimensioni quanto di cura e attenzione che si mette in un certo ambiente. E, soprattutto, dell’uso che si fa di uno spazio. Uno può avere una cucina enorme e non usarla. Oppure dire che vuole una cucina a scomparsa, perché di preparare il cibo non gli importa nulla. Tutti segni di un rapporto non idillico con la famiglia e in particolare la madre».

Ma l’architetto cosa c’entra? Anche una volta capito che il suo cliente ha una cattiva relazione con la madre cosa può fare?

«Investire nel capire profondamente qual è il vero sogno di vita del suo cliente, che avrà molto a che fare con le sue problematiche personali e come affrontarle. E non sarà necessariamente la prima cosa che il cliente chiede, perché siamo spesso influenzati dai dettami della moda e della socieà. L’architetto non può certamente fare lo psicoanalista. Però la relazione che crea con la sua committenza può essere simile a quella terapeutica, andare fino in fondo nell’esplorare non solo cosa si vuole ma perché».

Veniamo al bagno. Cosa rappresenta?

«Il bagno è il luogo più terapeutico della casa, l’unico spazio dove dovrebbe esserci una chiave per permetterci di stare da soli con noi stessi. Il bagno è il contatto con l’intimità del proprio corpo e il beneficio profondo dell’acqua. Come lo concepiamo e arrediamo rifletterà la cura o meno che abbiamo per noi stessi».

Ryokan Onsen Japan

Una Ryokan Onsen giapponese, dettaglio del bagno

Com’è il bagno ideale?

«Quello giapponese, perché aiuta a rigenerarsi. Dove ci si lava con la doccia e poi ci si immerge in una tinozza di legno di cipresso nell’acqua calda e in posizione fetale. E si medita, guardando qualcosa di bello: un giardino o anche solo una pianta. Perché nel momento del relax abbiamo tutti bisogno di aggrapparci a qualcosa che ci rigenera regalandoci bellezza».

E il bagno italiano?

«Per noi il bagno è uno status symbol. Quindici anni fa, quando si è iniziato a capire che questa stanza non era solo una utility ma un luogo di benessere, la risposta è stata acquistarsi l’idromassaggio. Ma non è così che costruiremo troveremo noi stessi attraverso il nostro corpo – perché questa è la funzione del bagno».

Come, allora, si progetta il bagno che davvero ci porta benessere?

«Il processo deve partire da noi. Dal nostro rapporto con l’acqua. In questo senso l’architetto può aiutare a far crescere una consapevolezza di cosa questo elemento significa per noi. Basta vedere un video di bambini appena nati che si addormentano nell’acqua calda. È un simbolo potentissimo, un luogo ovattato che ci riporta nel ventre materno grazie al ricordo che abbiamo sulla nostra stessa pelle. L’acqua, da sola, è un relax ma dobbiamo saperla apprezzare per quello che è».

Cosa dovrebbe fare l’architetto davanti a chi dice: “voglio un bagno enorme”?

«Capire perché lo vuole. Se davvero è una persona che ha bisogno di trovare se stessa, di darsi uno spazio dove chiudere tutto e posare lo sguardo su di sé. Oppure se è semplicemente qualcuno che segue le tendenze e considera questo luogo come un tassello per la costruzione della sua immagine. A volte capita che il cliente abbia questo atteggiamento solo perché non conosce altro: in questo caso l’architetto che capire la psicologia dell’abitare può guidarlo verso qualcosa che gli farà senz’altro meglio. Se invece si insiste su questa via, allora la progettazione sarà molto diversa rispetto a quella che si fa per un bagno terapeutico».

E chi ha un bagno piccolo?

«Anche solo con a doccia si può provare il potere rigenerante dell’acqua. È tutto dentro di noi, parte dalla consapevolezza di chi siamo, dello spazio intorno a noi e del nostro corpo, più che dalle dimensioni e dalle tecnologie».

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