Fuorisalone 2018
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Alcova di Joseph Grima e Valentina Ciuffi. Il Fuorisalone fuori dai canoni è a NoLo

Far uscire il design (e la gente) dalla sua bolla. Perché andare oltre quello che già conosciamo è una delle questioni culturali del momento. Joseph Grima e Valentina Ciuffi raccontano ALCOVA: e come NoLo entra nel Fuorisalone 2018.

Anche se occuperà un grande spazio a NoLo, una delle zone meno gentrificate di Milano (e quindi, potenzialmente, più “di futura tendenza”), ALCOVA «non è l’embrione di un nuovo distretto del design». Sarà, piuttosto, spiegano i curatori Joseph Grima di Space Caviar (su di lui anche qui) e Valentina Ciuffi di Studio Vedèt (un suo progetto qui), un «tentativo di creare un dialogo tra la città e un frammento del suo tessuto urbano attraverso il design sperimentale, in un’area che è diventata sinonimo della vocazione multi-culturale di Milano». E un hub per sviluppare dialoghi a più voci e far uscire designer e pubblico dalla loro comfort zone.

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ALCOVA vuole far uscire il design e la gente dalla loro comfort zone. Perché?

«Esiste una bolla nel design, come un po’ in tutti i mondi, ed è normale circondarsi di cose in linea con i nostri interessi. Ma andare oltre quello che già conosciamo è una delle questioni culturali del momento. Da quando cioè la tecnologia permette una personalizzazione così elevata del consumo (anche culturale) che alla fine crea un’uniformità preoccupante. Il vero valore di un evento di cultura oggi è direttamente proporzionale alla sua capacità di mostrare cose che il pubblico non si aspetta. Non per sensazionalismo ma per far pensare fuori da schemi già battuti o semplicemente diversi dai propri».

ALCOVA è un’idea nata da uno spazio fisico. Come mai?

«Sempre di più il Fuorisalone è un susseguirsi di eventi generici in luoghi generici. E quando abbiamo trovato questo posto così tipicamente milanese e industriale, l’ex panettonificio G. Cova c., abbiamo pensato che ci avrebbe permesso di fare l’opposto: usare un ambiente che fa parte dello storico della città e farlo interpretare da designer di tutto il mondo, selezionati in base alla loro capacità di produrre sperimentazione. E non è stata una scelta semplice perché non stiamo parlando di una location ma di un luogo davvero abbandonato, con un susseguirsi di ambienti industriali diversificati per forma, altezze, coperture, invadenza più o meno impattante della vegetazione. Che lasceremo intoccata».

Ha senso quindi pensare ad ALCOVA come a una gigantesca opera site specific?

«Non esattamente. Perché l’approccio nel metodo è site specific ma le opere non lo saranno. Si tratta infatti di progetti spesso già esistenti anche se ricalibrati per aderire al luogo: che non è semplice, in quanto grezzo, ruvido, in taluni casi all’aperto e soprattutto già abitato dal tipico verde spontaneo dei luoghi a lungo lasciati a se stessi. Caratteristiche, queste, che non abbiamo intaccato».

Qual è il concept?

«Ci sarà un mix eterogeneo di designer indipendenti, istituzioni, gallerie e imprese, legati dal filo comune dell’impegno nella ricerca. È tutta gente che batte nuovi terreni. ALCOVA vuole quindi essere una piattaforma che dà spazio a chi sta facendo sperimentazioni, più o meno coraggiose, più o meno applicabili, con lo scopo di creare un dialogo. Perché siamo convinti che la vera attrattiva di un luogo espositivo sia il suo essere vivo, riuscire a porsi come hub di incontro e stimolo: per il visitatore, certamente, ma anche per tutti gli espositori. Lo abbiamo visto con le nostre precedenti esperienze a Palazzo Clerici e Macao: le intersezioni tra chi si racconta diventano spesso corto-circuiti importanti per sviluppi futuri».

Qualche nome?

«Si passa dai giovani e audaci collettivi come Better Known As (che sveleranno quello che sta dietro le immagini laccatissime dei magazine), a figure storiche ma ancora chiave del design contemporaneo come Gijs Bakker. Si parlerà con chi indaga nuove tecniche realizzative come Hans Maier Aichen e con chi mixa design e ricerca scientifica, come Buro Belen. Ci sarà chi reinterpreta l’artigianato come Bloc Studios e Architetti Artigiani Anonimi e progetti che indagano il design anonimo come Nan Ban. Ci sarà anche il racconto del progetto di estensione del centro per l’arte contemporanea di Hasselt Z33, di Francesca Torzo, Aldo Bakker, Piet Oudolf e ABT: che cambia le carte in tavola in tema di architettura per la cultura. Come vedi sarà un mix molto diverso, per una trentina di persone in tutto: designer giovani ma anche architetti affermati, insegnanti, galleristi. È questo mix che ci interessa perché il nuovo nasce quando si esce dalla propria comfort zone».

La sperimentazione è il filo rosso. Ma c’è un tema che lega i progetti che sono stati scelti?

«No. Potremmo certamente trovare una storia che leghi tutto quello che mostreremo ma sarebbe qualcosa che abbiamo attaccato in extremis. ALCOVA è infatti la rappresentazione di un social network. I progetti che troverete sono stati sviluppati da persone con cui siamo entrati in contatto nella nostra storia e che ci hanno colpiti per la qualità, la novità e la carica sperimentale dei loro approcci o progetti. Si tratta, insomma, di un progetto molto personale, di una curatela basata sulla stima che proviamo verso chi abbiamo scelto e la loro per noi, senza una call né un affitto degli spazi al metro quadro».

Come definite qualità e innovazione, due parole usate un po’ ovunque?

«Non c’è una risposta universale a questa domanda. In generale cerco cose che mi incuriosiscono e inseriscono un elemento di rischio. Il design a volte ha l’abitudine di cadere in processi autoreplicanti: noi abbiamo cercato il suo opposto, la deviazione, la messa in discussione. Tutto però dipende anche dal tipo di progetti di cui stiamo parlando. Quello che è innovazione per una galleria di design non lo è per un’istituzione pubblica o per uno che si auto-produce».

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