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Odo Fioravanti racconta Chair 1:1, la sedia in plastica assemblabile di Alessandro Stabile e Martinelli Venezia

written by Laura Traldi
CATEGORIE Progetti Design

A dispetto del suo look quasi giocoso, Chair 1:1 si conficca nel cuore del dibattito sulla manifattura di massa della sedia in plastica. Il nuovo progetto di Alessandro Stabile e Martinelli Venezia spiegato da Odo Fioravanti

Quando Odo Fioravanti spiega il design (come nello scritto qui sotto, dedicato alla sedia in plastica Chair 1:1 di Alessandro Stabile e Martinelli Venezia) succede qualcosa di simile al corto circuito che si prova quando, osservando dei segni confusi, un’immagine appare all’improvviso chiara e nitida. È un piacere intellettuale, ma anche fisico, come aver scoperto di possedere un super potere: quello di spostare l’asse del proprio sguardo dal mondo dell’ovvio a quello del senso compiuto.

Non stupisce quindi che Martinelli Venezia e Alessandro Stabile si siano rivolti a lui, più che a un giornalista o a un critico tradizionale, per raccontare la loro Chair 1:1: una sedia in plastica (monomaterica, è stampata in plastica in uno stampo quasi piano che occupa un terzo rispetto al consueto volume) e assemblabile, nata per la vendita on-line.

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È una disintermediazione che, personalmente, mi piace moltissimo, e funziona non solo perché Fioravanti sa esattamente di cosa parla quando scrive di sedie e di plastica ma anche perché c’è, in lui, la capacità di collegare nel suo racconto mondi diversi, apparentemente distanti ma adiacenti nel moto del pensiero che li ha generati. Una caratteristica che diventa una chiave interessante per leggere il presente e coglierne un senso al di là della notiziabilità spiccia.

Chi cerca trova

di Odo Fioravanti

Quando lo studio Martinelli Venezia e Alessandro Stabile mi hanno mostrato la loro Chair 1:1 ho pensato immediatamente al detto “chi cerca trova”. Che non vuol dire che, cercando, si arrivi proprio a quello che si cercava, ma a qualcosa certamente sì.

È la serendipità – parola che indica una scoperta tanto meravigliosa quanto inattesa – in cui però non si incappa mai per caso, quando si parla di innovazione. La scoperta “sbagliata” si verifica, al contrario, quando si agisce in ambiti “enzimatici”, capaci di catalizzare accadimenti più o meno scientifici; e succede quando si creano “criticità”, cioè i presupposti fisici e di pensiero che rendono assai verosimile l’avvento di accelerazioni, passaggi o cambiamenti. Come quando, per esempio, la porcellana dura occidentale fu scoperta nel 1707, nel laboratorio dell’alchimista Johann Friedrich Böttger, che stava cercando la pietra filosofale. Senza gli alambicchi e i fornelli del suo laboratorio non avrebbe mai trovato niente, né messo insieme questo straordinario materiale.

Cosa vuol dire fare ricerca nel design

Questo è lo spirito profondo della ricerca: cerchiamo e spesso troviamo perché, cercando, accumuliamo semilavorati di pensiero. Come spezzoni di ragionamento che a un certo punto possono e devono formare concrezioni, collassare in un unicum che non necessariamente rispecchia o sta nei confini e negli scopi che ci si era dati all’inizio.

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La parte fondamentale di tutto questo processo resta il saper riconoscere la bontà di quello che si trova e non lasciarselo sfuggire, dandosi la possibilità di rimanere sorpresi da risultati che esulano e si allontanano dalle premesse.

La Chair 1:1 è una sedia nata cercando

Guardando Chair 1:1 io credo che tutto questo sia accaduto negli studi di Martinelli Venezia e Alessandro Stabile.

Chair 1:1 è una sedia stampata in plastica in uno stampo praticamente piano di ridotte dimensioni (un terzo rispetto al consueto volume), in cui rimangono composte le parti della sedia che verrà poi assemblata – secondo il loro progetto – dall’utente finale. Caratteristico del progetto è proprio il modo in cui le parti rimangono collegate e impaginate rispetto ai canali dello stampaggio in plastica, un po’ come in quei fogli di plastica reticolari da cui si staccano i pezzi nei kit da modellismo statico.

La sedia, ben disegnata, prosegue nel solco di una lunga tradizione di sedie composte o componibili di cui rappresenta un ulteriore avanzamento.

Le gambe posteriori lunghe fino allo schienalino, si inseriscono al suo interno e si agganciano al piano seduta. Sotto il piano seduta si inseriscono le gambe anteriori e una grossa X che irrigidisce la struttura. Si tratta del risultato di una ricerca durata diversi anni e condotta dai designer in collaborazione con la nota azienda di stampaggio e progettazione stampi Secostampi, attiva da tempo nel mondo del design.

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Quando i designer, che sono anche cari amici, mi hanno contattato mi è sembrato di percepire nella loro posizione – di chi mi raccontava il progetto per avere un parere – anche un senso interrogativo. Sottesa c’era la domanda che si può porre chiunque abbia trovato qualcosa di un po’ diverso da quello che cercava: “Cos’abbiamo trovato”?

Chair 1:1 è un’occasione per riflettere sui grandi temi della produzione di sedie in plastica

Provo a rispondere loro dicendo che secondo me hanno trovato un oggetto che è sicuramente una occasione meritoria per discutere di temi collegati alla produzione delle sedie in plastica che, oggi più che mai, è al centro di una revisione di approccio, spinta prima di tutto dalle crescenti esigenze legate all’idea di sostenibilità.

Il primo tema è smascherare il mondo di quelli che raccontano quante delle loro sedie ci stanno in un metro cubo, perché sono pieghevoli, smontabili, vendute a pezzi, gonfiabili, liofilizzate. Mi spiace, ma di normalissime sedie impilabili, di solito, in un metro cubo, ce ne stanno di più che di sedie altri tipi. L’impilaggio è ancora il modo più conveniente di risparmiare spazio nel trasporto, fatti i debiti calcoli anche collegati al fatto che l’oggetto non finito è imparagonabile all’oggetto finito. La sedia 1:1 promette di starci ventisei volte in quel metro cubo.

sedia in plastica design

Il secondo tema che questa sedia in plastica ci consente di scandagliare è il “montalo tu”, la fiducia nel fatto che l’utente avrà voglia di fare. Penso che questo tipo di utente stia scomparendo.

IKEA stessa ha incrementato vertiginosamente il servizio di consegna e montaggio post-vendita, perché la mensola Lack – che tutti hanno comprato nella vita – si scopre oggi che rimaneva spesso appoggiata verticalmente in disparte, in attesa che qualche anima pia si decidesse a crivellare il muro con dodici tasselli e appenderla. Oggi l’idea che l’utente finale possa aggiungere un pezzetto che manca per la costruzione dell’oggetto è in corso di superamento, sorpassata a destra dal mondo dell’acquisto online che impigrisce e rende tutti incapaci di attendere tempo per una merce e contrari all’idea che l’oggetto pagato arrivi incompleto o smontato. Il progetto di Chair 1:1 va contro questo impigrimento e scommette sulla voglia delle persone di poter dire “L’ho montata io”, magari scoprendo di non destare alcuno scompiglio…

E poi c’è la sostenibilità, su cui sento tantissimo parlare senza sapere. Le aziende si alzano in piedi nella stanza piena e rumorosa e urlano: “Da oggi sono sostenibile!” Mi fa pensare a quelle operazioni chirurgiche per tornare vergini, ma poi preferisco chiamarli paraculismi pindarici.

Il modo migliore per fare la plastica rimane il farla bene, bella, duratura

La leva principale per la sostenibilità di un prodotto in plastica rimane la durata, intesa nel senso di resistenza meccanica alla rottura o all’invecchiamento, ma anche di design slegato dalle mode del momento e capace di non invecchiare. Solo in aggiunta a questi ragionamenti ha senso valutare il significato dei materiali, la loro provenienza (riciclati? biologici?) e/o il loro destino (riciclabili? biodegradabili? compostabili?). Moltissimi ancora oggi confondono il significato di riciclato e di riciclabile. Nel panorama delle reincarnazioni della plastica, riciclato parla della vita precedente, riciclabile parla della prossima vita. Nessuno dei due termini in realtà parla della vita attuale del prodotto.

Il progetto Chair 1:1 è un ottimo strumento di riflessione, con la nota quasi giocosa del suo aspetto, si scopre tutt’altro che superficiale. Si conficca invece nel cuore del problema, di un dibattito da costruire e ragionare, tra persone che sappiano di cosa si parla, in un momento storico in cui non c’è nemmeno un’univocità di certificazioni e legislazione sulla maggior parte dei temi esposti. Ognuno si autocertifica o fa certificare la sua “verginità” ambientale da un ente prezzolato.

È in questo che Stabile, Martinelli e Venezia sono inciampati: nella gamba di un tema che si preannuncia cruciale per il futuro e che già arruffa il presente.

(Odo Fioravanti)

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