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Come si diventa (bravi) designer? In primis, sfatando il mito del talento

create Stefano Cardini

Non è facile rispondere a chi si chiede cosa bisogna fare per diventare (bravi) designer. La prima cosa da dire, però, è che avere talento creativo non basta. 

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“Sa, è molto creativo…”. Una frase che credo non andrebbe mai detta di un figlio. Se lo avete già fatto potete redimervi, ma non è facile. Se siete il figlio in questione potete fingere che si trattasse di uno scherzo. Vi costerà fatica, ma sarà ripagata.

Bisogna essere creativi per diventare designer?

Per spiegare perché sarebbe bene evitare di parlare di creatività quando si parla di design sono necessarie due premesse. La prima è che il design è una galassia di discipline adiacenti l’una all’altra, non un campo omogeneo. La seconda che la creatività sarebbe una parola positiva se non fosse stata vittima di abusi incessanti negli ultimi cinquant’anni, col risultato di ridurla a un grazioso guscio vuoto. Un po’ come quando al mare, sott’acqua, vi pare che un granchio resti fermo davanti a voi a farsi osservare mettendo in mostra i meravigliosi meccanismi articolari. Solo dopo un attimo scoprite che non è un granchio ma la sua muta, spazzata via da una corrente d’acqua. Il granchio vero intanto è altrove, e ha di meglio da fare che stare a farsi guardare.

I talenti che servono per diventare designer

Per diventare un grande designer non basta un solo talento, nemmeno quello di cui sopra. Ne servono molti, in collaborazione l’uno con l’altro. Alcuni di questi sono innati e stabili, altri si apprendono o richiedono un costante allenamento. Provo a citarne qualcuno, quelli che mi sembra di trovare negli studenti migliori e nei designer più significativi.

La capacità di fare domande e ascoltare con attenzione le risposte

La domanda è uno strumento straordinario e sottovalutato. Una buona domanda crea una relazione, orienta la conversazione, stimola l’empatia. Chi risponde, di solito, nel farlo riorganizza i propri pensieri in un modo nuovo o più efficace. Da ogni domanda impara chi la pone, chi risponde, chi ascolta dall’esterno. Il processo di domanda è divertente, rispetto a un monologo o a una lezione frontale, anche nel senso etimologico: la domanda ci porta altrove, in territori meno esplorati e più interessanti.

bruno munari designer

“Quando qualcuno dice questo lo so fare anch’io vuol dire che lo sa rifare, altrimenti lo avrebbe già fatto prima”. Bruno Munari

La sola cosa peggio di non fare una domanda è farla e non ascoltare la risposta, evitate di mettervi in questa situazione, se potete.

L’esigenza di pensare al futuro

Chi progetta dovrebbe fare questo, ogni giorno. Immaginare come saranno le cose in futuro, e come potrebbero essere. C’è chi lo fa in modo utopistico, chi in modo distopico, chi cercando la razionalità, e ogni visione va bene se si allontana dalle sabbie mobili del presente. Qui vale la citazione di Munari: “Quando qualcuno dice questo lo so fare anch’io vuol dire che lo sa rifare, altrimenti lo avrebbe già fatto prima”.

Lunedì prossimo però non vale come futuro, occorre guardare più avanti. Ed è bene pensare che il futuro non riguarda solo noi stessi o la nostra bolla di prossimità, ma un mondo iperconnesso. Costa più fatica, ma offre più soddisfazioni.

L’impegno a conoscere molte cose strane

Siamo fortunati, abbiamo strumenti impensabili trent’anni fa. Possiamo disporre di informazioni di altissima qualità su ogni tema. Usarle è però una responsabilità personale, e fermarsi alla seconda schermata di risultati su Google o a un board di immagini Pinterest non basta, ma rischia di creare un falso senso di sicurezza.

Investire tempo per leggere e capire molte cose che apparentemente non ci riguardano, ma sembrano interessanti, è invece un ottimo punto di partenza per scoprire o inventare connessioni inaspettate e produrre nuove idee.

Altri, in ordine sparso

La capacità di essere ordinati, a modo proprio. Il senso dell’umorismo, sempre. La sfacciataggine, ma con garbo. La certezza di sapere molto, ma non tutto. L’amore per il progetto più che per sé stessi. Il non attaccamento alle proprie idee.

E se un aspirante designer non ha queste qualità?

Credo che questo sia un tema spesso taciuto, ma molto rilevante. Nella seconda metà degli anni 80 una serie di eventi hanno fatto sì che il designer diventasse una figura pubblica molto cool, un po’ come il calciatori di successo. Questa mediatizzazione del design (che cambia anche nome: prima si chiamava disegno industriale) sposta il discorso dalla qualità del progetto alla fama del progettista, e inizia a produrre grandi aspirazioni nei giovani e altrettanto grandi frustrazioni in chi, pur facendo un buon lavoro, non gode della visibilità delle stelle del sistema design.

Su questo fronte credo che esiste una responsabilità condivisa tra molti soggetti, e che le scuole di design possano dare un enorme contributo, riportando il valore del progetto in primo piano, e ricordando che di Mollino ne nasce uno ogni secolo, ma il lavoro del designer è bello anche per chi ha doti più comuni.

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