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David Chipperfield: stop alle città fantasma

written by Laura Traldi

L’architetto David Chipperfield parla dell’ex Ansaldo, delle polemiche e dei rischi dei progetti tutti uguali.

Foto di copertina Jens Passoth

Se non fosse per i grandi occhi azzurri, David Chipperfield potrebbe passare inosservato. Giacca, maglione e pantaloni neri («gli abiti sono un’uniforme, ho perso interesse per la moda»), l’architetto inglese predilige l’understatement. Ma progetta in tutto il mondo, discute con capi di stato (da Angela Merkel a David Cameron) e ha una collezione di oltre cento premi, compresi il RIBA Stirling Prize 2007 e il Mies van der Rohe Award nel 2011.

A lui va bene così, il lato glamour dell’architettura non gli interessa. 61 anni, una moglie spagnola, quattro figli e tre case (a Londra, Berlino e in Galizia), Chipperfield assomiglia ai suoi edifici. È rigoroso come la Hepworth Gallery a Wakefield (10 blocchi di cemento con finestre sul tetto), e rispettoso (durante la ristrutturazione del Neues Museum di Berlino si è a lungo confrontato con l’opinione pubblica in parte contraria). Ha firmato musei dalla Cina agli Stati Uniti, sta lavorando alla Neues Nationalgalerie di Berlino e alla Kunsthaus di Zurigo. In Italia, ha firmato musei (arte moderna a Bolzano), negozi di moda e design (tra cui quello di Driade di cui è direttore creativo) e diretto la Biennale di architettura.

Ma la sua ultima fatica è il Museo delle Culture di Milano all’ex Ansaldo, ed è parlare di quest’opera cresciuta tra le polemiche (iniziata nel 2001, cantiere finito nel 2013 ma non ancora inaugurata) che gli fa quasi perdere l’aplomb. «Doveva essere un museo di etnografia, ma non ho mai visto le collezioni che dovrebbe ospitare. E non so se, né quando, verrà aperto». In realtà, una data c’è: il 26 marzo. Ma è quella dell’inaugurazione di due mostre (Mondi a Milano e Africa), non del museo nel suo complesso. Il Comune e l’architetto sono ai ferri corti: il pavimento di pietra lavica, dice Chipperfield, è stato posato male, rovinando la percezione dello spazio.Vuole che venga rifatto, mentre il Comune propone di levigarlo. «È il genere di situazione che fa male alla professione, allontanando il suo pubblico. Sembrano capricci, ma è questione di rispetto per la gente». Peccato, aggiunge, che questa diatriba sia nata a Milano, «una città che ammiro, che negli anni 50-60 è stata esempio eccellente di modernità al servizio delle persone. Oggi, invece, comandano i privati e il risultato è lo “stile internazionale”, grattacieli che potrebbero essere ovunque. L’architettura dovrebbe essere emozionante, non sempre uguale».

Dello «stile internazionale», Chipperfield ha paura anche per la sua Londra. «È piena di torri che si possono permettere solo i miliardari stranieri. L’edilizia che nasce come investimento e non come risposta a un bisogno ne farà una ghost city».

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