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Educare alla diversità: verso un design gender-equal

written by Vittoria Pugliese
CATEGORIE Inchieste Società

Oggi, nelle accademie e nelle università, le designer donna contano più che una presenza, sono la maggioranza. Lo sviluppo della sensibilità rispetto alla questione di genere nelle altre discipline sta portando anche il mondo del progetto a rivalutare la propria impostazione a partire dall’educazione. Ne abbiamo parlato con tre designer impegnate sul fronte della gender equality nel design

Durante il percorso scolastico ci confrontiamo con una serie di insegnamenti che molto spesso diamo per scontati ma che in realtà sono sintomo di un’esclusione da troppo tempo lasciata in secondo piano: quella della figura femminile.

Cosa ci viene insegnato: il rifiuto del diverso e l’invisibilità della donna

Il primo imperativo che riecheggia tra i banchi di scuola è quello del buon design. Ovvero il design essenziale, secondo cui la forma deve seguire la funzione, quello del less is more, ma anche dello standard e quindi della negazione del diverso. “Le nozioni di “buon design”, a livello globale, sono fondate sul rifiuto chiaro e netto di caratteristiche percepite come femminili. Quando per femminile si intende tutto ciò che non è lineare o oggettivo, ma piuttosto un approccio sensibile e complesso” dice Benedetta Crippa, graphic designer e consulente di comunicazione visiva di base a Stoccolma che si occupa delle intersezioni tra forma e potere (tra i suoi scritti: “Pedagogie di libertà per la comunicazione visiva” ed. Depatriarchise Design, 2019).

Illustrazione di Simona Pastore

Allo stesso modo, non possiamo fare a meno di notare una certa assenza tra le pagine dei libri di storia: “Sentiamo parlare sempre e solo di Grandi Maestri, ma raramente vengono portate ad esempio personalità femminili che hanno cambiato il corso della storia del design” afferma Anna Paola Buonanno, co-fondatrice dello studio From outer Space, una pratica collaborativa volta a esplorare le implicazioni spaziali delle dinamiche economiche e sociali, docente presso Politecnico di Milano, IED Torino e IAAD Bologna. Così, quando “nell’educarci al design cerchiamo di ritrovare noi stessi in quelle cronologie ci domandiamo: ci sarà posto anche per me qui?  La risposta per certi corpi è più ovvia di altri” aggiunge Benedetta Crippa. Questi sono soltanto dei punti di partenza per capire che “una rivisitazione profonda del design, e dei suoi parametri sia in quanto disciplina, mestiere e campo professionale, è più che mai urgente”.

Illustrazione di Simona Pastore

La sfida più ardua: il mondo del lavoro

Nonostante la presenza femminile nelle aule vada per la maggiore ormai da qualche tempo, nel mondo del lavoro incontriamo spesso solo uomini. Le domande sorgono spontanee: “Dove vanno una volta finito il loro percorso universitario? Vengono facogitate da un sistema che le relega in una posizione subalterna? O viceversa, devono costruire un percorso parallelo per non entrare in competizione con chi sembra vincere sempre?” ci chiediamo insieme a Buonanno. 

La realtà è che la narrazione storica così come gli stessi principi su cui si fonda la disciplina sono stati costruiti sulla base di modelli maschili e la stessa dinamica si riflette anche nella professione dove la donna continua ad essere percepita secondaria o poco influente. Questo succede, secondo Benedetta Crippa, sia sul piano commerciale dove “le donne non sono mai state considerate utenti del design (e per questo la stragrande maggioranza degli oggetti e arredamenti è costruita intorno al corpo maschile)” sia su quello professionale in cui “una volta uscite dall’università devono poi affrontare un’ennesima sfida, la più ardua: quella di continuare a ricevere lavoro in un mondo popolato da uomini che non credono in loro.” Non può che seguire una conclusione amara senza spazio ad altre interpretazioni: “In quanto donna, madre, designer e insegnante, non mi sento rappresentata o sostenuta all’interno di questo microcosmo.” conclude Anna Paola Buonanno.

Illustrazione di Simona Pastore

Design come disciplina fondata sull’esclusione

Ovviamente “Stiamo cercando di riconoscere il ruolo delle donne nel mondo del progetto al di là dei soliti cliché macisti” afferma Bianca Felicori, architetto, autrice e fondatrice di Forgotten Architecture, un archivio architettonico digitale continuo sotto forma di gruppo su Facebook. “Mi rendo conto che con il cambio generazionale è cambiata anche la nostra mentalità, sempre meno omofoba, razzista e misogina. Stiamo vivendo un momento storico importante in cui le cose stanno cambiando davvero.” Ma il lavoro da fare è ancora tanto.

Come le altre discipline anche la pratica del design non agisce in modo isolato ma è situata all’interno di un contesto sociale e culturale che fonda le proprie basi su un certo tipo di pregiudizi. “Il design, è una professione fondata sulla sistematica esclusione del sesso femminile ad ogni livello” afferma Crippa. E finché seguiremo questi presupposti senza riflettere, diventeremo complici nella riproduzione di strutture che discriminano o privilegiano le persone in base a certe caratteristiche.

Da fallimento a opportunità di cambiamento 

Rispetto a questa tendenza all’esclusione, che inizia in aula e finisce in ufficio, la formazione ha un ruolo fondamentale “Gli spazi universitari sono spesso quelli in cui per la prima volta diventiamo visibili a noi stessi, mettendoci in gioco su temi che ci appassionano, e che per alcuni sono o diventano una vocazione” spiega Benedetta Crippa. “È nell’ambito dell’educazione che cominciamo a domandarci se siamo “abbastanza”, se possiamo diventare professionisti al pari dei nostri docenti o dei nostri riferimenti.” In questo senso la scuola deve fare i conti con un presente in cui chi lo affronta non ha ancora la possibilità di operare il proprio futuro lavorativo come lo immagina o desidera. ”Faccio moltissima fatica a trasmettere un messaggio di serenità ed equità alle studentesse e agli studenti che incontro lungo il mio percorso” dice Buonanno. Di conseguenza, i modi in cui chi insegna trasmette la propria conoscenza ha un impatto non solo su di noi qui e ora, ma anche sulle generazioni future. “Come docenti abbiamo una parte di colpa. L’educazione, almeno per quello che riguarda il panorama italiano, ha fallito poiché è rimasta arenata all’idea che il design sia qualcosa di prettamente maschile”. Oggi più che mai è necessario rivedere i termini dell’educazione perché “Il racconto che facciamo è quasi sempre unilaterale”. 

Di quali valori abbiamo bisogno?

Ripensare il modo di educare al design significa riconsiderare tutto ciò che diamo per scontato, interrogandosi più affondo sull’origine delle idee alla base di una frase, un insegnamento o di un oggetto. Si tratta di decidere quali valori, che veicolano la progettazione, trasmettere: “approcci femministi alla pedagogia – che creano con coraggio e compassione spazi per le sensibilità e le espressioni più diverse – sono essenziali per una disciplina che aspira ad essere (davvero) universale” afferma Crippa. Mettere in pratica questi valori vuol dire anche esaminare criticamente la disciplina del design e cambiarla. Un cambiamento che se oggi si può solo avvertire, domani non tarderà ad arrivare “lo stiamo facendo per il futuro delle nostre figlie e nipoti. Donne che grazie a noi vivranno una vita migliore” conclude Bianca Felicori.

 

Simona Pastore è designer e illustratrice. Studia Design del Prodotto al Politecnico di Milano, poi Graphic Design e Art Direction alla NABA. La sua tesi, Ossi Edizioni – Nuovi modi dell’editoria scolastica, crea un’affinità elettiva con Chialab, con la quale collabora dal 2019. Parallelamente porta avanti il suo progetto da illustratrice, Similasti, e quello di blue sky researcher, presso Designer of What. 

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