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A cosa serve il design nell’era dell’emergenza? Risponde Nawal Bakouri

written by Elisa Massoni
CATEGORIE Interviste Designer

Il design nell’era dell’emergenza è più utile che mai, dice Nawal Bakouri, direttrice dell’ESAD di Valenciennes.. «Il momento sospeso offerto dall’emergenza può essere usato per iniziare a pensare al futuro. E il design è molto utile in questo perché suggerisce pratiche e processi, non soluzioni».

Nawal Bakouri sa molto di design per l’emergenza. La neo direttrice dell’ESAD di Valenciennes, infatti, ha curato qualche tempo fa la mostra Handle with Care al Reciprocity Design di Liegi sulla fragilità e la cura degli individui e della collettività. Per questo, forse, non è una che non lascia spazio ai voli pindarici. Al contrario, Bakouri suggerisce con insistenza una pratica essenziale: rimettere i piedi per terra. Soprattutto quando si parla di progetto destinato al sociale.

Nel momento della crisi vera e dell’emergenza, che senso ha pensare al design?

«Ha senso dal momento che si può usare l’attimo sospeso offerto dall’emergenza per pensare al futuro. E il design in questo senso serve molto perché suggerisce pratiche e processi, non soluzioni. Il design è anche in grado di progettare tenendo ben presente il fattore tempo. Che è chiave, quando si parla di emergenza, cura e sofferenza. La cura infatti si esprime su lungo termine. Nell’accudimento, nel percorso di guarigione così come nella gestione della sofferenza. Possiamo avere il sistema sanitario migliore del mondo, ma non abbiamo risolto il problema del dolore. Sappiamo bene ormai che il processo di cura è la vera medicina. Curarsi degli altri è sinonimo di qualità umana in percorsi esistenziali su cui non possiamo avere controllo totale. Come l’invecchiamento o la malattia. Il design, che è uno strumento che guida verso l’empatia – quando è buon design – in questo senso ha le carte in regola per immaginare un futuro migliore».

Quanto è riconosciuto questo ruolo del design come strumento per inventare il futuro in termini di pratiche e processi, più che prodotti?

«È una domanda che solleva questioni contradditorie, soprattutto ora. Ufficialmente siamo tutti d’accordo: progettisti, imprese, governi sostengono a gran voce che occorre trovare soluzioni percorribili per le emergenze del contemporaneo. Che, ricordiamolo, al momento ci pare essere solo la pandemia ma ce ne sono tante altre. In primis la problematica ecologica e la necessità di ripensare il modo in cui l’economia produce ricchezza.

Francis Kere

Léo Health Care Center di Francis Kéré in Burkina Faso. Photo © Francis Kéré

Quindi ufficialmente tutti chiedono soluzioni. Ma la tentazione è di girare poi sempre lo sguardo e non vedere realmente. Il design si è sempre occupato di urgenze e di crisi. I temi del social design sono nel DNA della sua cultura, ma questo non basta. Per sfruttare quello che il design sa fare – che è perfetto per questo moomento storico – occorre un altro tipo di orientamento politico e culturale».

Meno di due anni fa lei ha curato HANDLE WITH CARE, una mostra che affrontava il tema della fragilità, della transizione e della cura. È cambiato, da allora, l’atteggiamento del design e del pubblico in termini di consapevolezza e di attenzione?

«Non c’è un cambiamento evidente anche se c’è maggiore consapevolezza. Ma manca ancora la costruzione di un atteggiamento critico nei confronti del progetto. Occorre fare sperimentazione, dimostrare che il design funziona. Siamo tutti d’accordo sui principi che guidano la ricerca. Però manca l’atteggiamento autocritico che consente di dire che progettare in un modo piuttosto che in un altro fa la differenza».

Butaro Hospital Rwanda

L’ospedale Butaro del MASS Design Group in Ruanda è progettato per mitigare e ridurre la trasmissione delle malattie trasmesse per via aerea attraverso layout generale, flusso di pazienti e personale e ventilazione trasversale naturale. Foto © Iwan Baan

Quali sono gli strumenti effettivi che il design per l’emergenza può mettere a disposizione del cambiamento?

«L’ingegnosità è senz’altro uno strumento utile per il design per l’emergenza. Così come la capacità di generare valore simbolico, estetico. E poi quella di analizzare i materiali, di capire quanto e come è necessario trasformare e elaborare le risorse. È qui che il design ha già un senso, che può suggerire pratiche efficaci anche in altre discipline. I progettisti sono pronti, possono già lavorare con altri ambiti scientifici. Non sono sicura che invece che sia vero il contrario».

Secondo lei la cultura progettuale è ancora vista come superflua? Qualcosa legato allo stile?

«C’è una sorta di ambiguità nell’atteggiamento del sistema politico e economico. Il “design thinking” è un prodotto di questa mancanza di chiarezza negli obiettivi. La parola design diventa uno strumento di marketing, che serve a vendere di più e a maggior prezzo. È un pretesto per non cambiare, per rimanere esattamente dove siamo continuando però a parlare del valore dell’innovazione».

Qual è la soluzione?

«Ancora una volta è l’atteggiamento critico. Che significa innanzi tutto dialogo. La soluzione è mettere in discussione la committenza, ovvero le aziende e le loro richieste. Occorre investire in tempo in ricerca. Non esistono soluzioni che nascono dall’urgenza, o soluzioni che risolvono problemi in modo definitivo. Il tempo della sperimentazione è lungo, non si esprime in giorni o mesi. È il tempo della riflessione e della verifica, quello che occorre per capire se l’intervento progettuale ha un senso profondo nella vita di molti o, comunque, di chi ne ha bisogno».

 

 

 

 

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