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Quanto guadagnano i designer?

written by Laura Traldi

Quanto guadagnano i designer? Essere famosi significa diventare ricchi? Se si progetta un oggetto oggi, quando verrà pagato? Meglio una padella o un divano di lusso? Di quali aziende ci si può fidare? Si lavora per passione o per soldi? Produzione o limited edition?

LEGGI QUI LA RISPOSTA DI STEFANO GIOVANNONI

Quanto guadagnano i designer? «Di tutti gli oggetti che ho in produzione, solo 4 mi portano un compenso degno di questo nome». Notizie sconfortanti per chi ha scelto una delle professioni più ambite del momento: quella del designer. Chi parla, infatti, non è un esordiente ma Konstantin Grcic, 20 anni di carriera e una notorietà da star. Ma le sedie, i divani e le lampade firmate non costano spesso migliaia di euro? Possibile che ai designer arrivi in tasca così poco? «Si può guadagnare molto bene disegnando prodotti», dice Jasper Morrison, anche lui con ventennale carriera di successo alle spalle. «Basta che vendano». Chi progetta viene infatti retribuito con il sistema delle royalties, nato negli anni 50. «Funziona così», spiega Arik Levy, israeliano, altra firma di punta. «Un prodotto che costa 250 euro ne porta all’azienda 110. Al designer spetta dal 3 al 5% del ricavato, quindi da 3,3 a 5,5 euro». Lordi, ovviamente. Finanziariamente parlando, è preferibile quindi una pentola da 50 euro venduta in 10mila pezzi che un divano da 8mila, magari super-pubblicato ma acquistato da 10 persone.

Dimenticate quindi l’equazione designer=Philippe Starck: gli 8 milioni di euro annui fatturati da Monsieur Design (nel 2003, secondo il quotidiano francese Libération) sono infatti tanto celebri quanto unici. E dimenticate anche limited edition=facili guadagni. Si racconta, per esempio, che Brad Pitt abbia acquistato 4 opere di Nacho Carbonell nel 2009 per 119mila dollari. Eppure solo da qualche mese il designer spagnolo è riuscito a lasciare la porzione di chiesa sconsacrata a Eindhoven che è stata il suo studio e la sua casa per 6 anni (in condivisione con altri). Tutto molto grunge, decisamente poco lussuoso e gelido (mancava il riscaldamento). Tra costi di realizzazione, viaggi, percentuali alle gallerie, nelle tasche del designer rimane meno di quanto si pensi. «Vivere senza problemi è un’utopia», commenta Nacho, «ma mi sento ricco dentro perché faccio quello che mi piace». Meglio così.

«Il problema del design è che c’è un’enorme bolla comunicativa che lo sovrasta, cui spesso non corrisponde una reale dimensione economica». Gabriele Rosa, 29 anni, 4 lavori in produzione con aziende ben quotate del settore, ha già capito tutto. «Il prodotto più redditizio che ho disegnato mi ha portato il primo anno 4mila euro, il meno venduto 800». Spiccioli, se si considera che, dal momento in cui l’azienda accetta il progetto a quello in cui arriverà il primo bonifico, passa un minimo di un anno e un massimo di tre (il tempo per produrre l’oggetto e venderlo): che, insomma, per anni non si vede un soldo. Ma la pazienza è la grande virtù di un designer, insieme alla speranza. E così Marco Maturo (26 anni) e Alessio Roscini (28) di StudioKlass, che hanno appena intascato i loro 800 euro di royalties per la Sleepy Lamp progettata per Busso, si consolano: «Abbiamo iniziato a lavorare solo due anni fa. Diamo tempo al tempo». Forse ne sarà necessario più di quanto si aspettino. Ci hanno messo infatti 6 anni gli inglesi BarberOsgerby (catapultati nell’Olimpo dei grandi talenti da Giulio Cappellini negli anni 90) per rimettere a pari i conti dello studio, che oggi si regge sulle proprie gambe. «Abbiamo mantenuto lo studio grazie ai progetti di interior e di architettura», spiegano. Conviene. «Nessuno mai proporrebbe il pagamento degli onorari per la progettazione di un locale con percentuali sui biglietti d’ingresso e le consumazioni», dice Romolo Stanco, designer, «per fortuna laureato anche in Architettura». Lavorando a interior e disegnando case ci si può permettere il lusso di progettare oggetti in legno liquido, nell’attesa di trovare aziende interessate a investire.

Oltre all’esiguità dei compensi, esiste poi il rischio di non vedere un soldo tout court. «Non è raro che un’azienda produca un oggetto che sa in anticipo che venderà poco o nulla, ma lo fa ugualmente perché vuole visibilità sulla stampa», dice Luca Nichetto, 35 anni e 70 progetti prodotti. «Ottiene quindi pubblicità gratuita, plusvalore per il proprio marchio e spesso anche un ritorno in termine di vendite su altri prodotti. Il designer, certo, condivide la popolarità, ma non è con quella che paga le bollette, senza contare che spesso questo tipo di operazioni vengono fatte con progettisti che di visibilità ne hanno già da vendere. In questi casi, si dovrebbe pensare ad un’altra logica di retribuzione».

Ha ragione Valerio Sommella, 31 anni, un passato negli studi di Stefano Giovannoni e Marcel Wanders: «La più grande sfida per un designer è capire chi ha davanti». Con UnitedPets (un milione di pezzi venduti con l’ultimo progetto di Miriam Mirri), lui non ha esitato. «Mai farsi abbagliare dalla notorietà di un marchio; spesso non corrisponde a un effettivo successo commerciale», ammonisce Nichetto. «Ciò non significa non lavorare per piccole realtà con fatturati minimi: spesso proprio da loro vengono ricerche interessanti. Solo, è bene sapere con che scopo ci si imbarca in un progetto: guai a farsi prendere in giro».

E quando non si ha modo di capire quanto frutterà un progetto? «Alcune aziende pagano un anticipo royalties», dice Arik Levy, «che è un modo per condividere il rischio». Una cifra stabilita dall’azienda stessa, basata sulle proprie stime di vendita. Se il prodotto vende meglio del previsto, al designer va la differenza tra il pattuito e il dovuto. Se vende meno, non percepisce nulla fino al raggiungimento del compenso già intascato. Un buon compromesso. Peccato che pochi lo accettino. «Va bene anche il rimborso spese. In Svezia viene spesso dato», dice Nichetto.

Virginio Briatore, critico e talent scout, stima che al mondo ci siano circa mille scuole di design e 100mila nuovi potenziali professionisti che si riversano sul mercato ogni anno. Con una tale inflazione di talenti è naturale che, dietro la facciata glitterata, si celi un campo di battaglia per aggiudicarsi quelli che Romolo Stanco definisce «quanti più panieri possibili da cui raccogliere briciole sperando di arrivare alla pagnotta». Spesso svendendosi, accettando lavori che non porteranno guadagno, senza anticipo sulle royalties o rimborso spese. «Capisco chi fa questa scelta, a volte è necessario», rassicura Grcic. «Anch’io accetto lavori pagati male, soprattutto quando il progetto mi interessa. Ma dobbiamo essere consapevoli del fatto che questi patteggiamenti vanno a detrimento della professione».

La soluzione? «Avere più coraggio nel parlare di soldi, avanzare richieste, pretendere i pagamenti», dice Nichetto. «Confrontarsi con altri professionisti per avere informazioni sull’azienda, le vendite, le condizioni. Parlare di soldi resta invece un tabù». «Se i designer all’unisono decidessero di non produrre più alcun disegno senza la garanzia di un compenso, cosa farebbero i produttori?», si chiede Arik Levy. E basta con gli specchietti per le allodole, avverte Gabriele Rosa. «L’idolatria verso designer celebrity e archistar non fa che alimentare le speranze di una nutrita schiera di giovani che ricca non diventerà mai». E spesso nemmeno benestante. «Se fare soldi è una priorità, allora è meglio scegliersi un altro mestiere», aggiunge realista Jasper Morrison. Prima di darsi anima e corpo al design, quindi, e come per l’arte e la scrittura, è meglio verificare la propria dose di sincera passione. Su questa, più che sul conto in banca, si dovrà far conto davvero nel momento del bisogno.

Leggi qui la risposta di Stefano Giovannoni a questo articolo

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