Designer, Interviste, Interviste in primo piano
Leave a comment

Dove va il design italiano?

Il design che dà senso alle cose, i consigli per i giovani designer, le riflessioni su un’economia globalizzata e incentrata sul contract. Una chiacchierata sul design italiano e dove sta andando con Odoardo Fioravanti e Maddalena Casadei, all’Istituto Marangoni di Milano.

Odoardo Fioravanti e Maddalena Casadei sono due designer industriali italiani con storie molto diverse. Fioravanti – che è arrivato al design dopo aver iniziato studi di ingegneria – ha aperto il suo studio dopo brevi ma significative esperienze con Giulio Iacchetti, Matteo Ragni e Marc Sadler.
Casadei ha lavorato per 9 anni nello Studio Irvine prima di iniziare un percorso da sola due anni fa.

Qualche giorno fa, di fronte agli studenti dell’Istituto Marangoni, ho avuto il piacere di moderare la loro discussione sul futuro del design italiano.

Viviamo in un contesto globalizzato da tutti i punti di vista. Ha ancora senso parlare di un design italiano (o nazionale, in generale)?

Odoardo Fioravanti: «Personalmente credo che un design italiano sia esistito ed esista ancora. E si manifesti nella la capacità di inserire il pensiero in una disciplina che, essenzialmente, aveva come obiettivo il concepimento degli oggetti della vita quotidiana. Per capire cosa significa basta osservare la differenza tra i lavori di Castiglioni o quelli degli Eames. Il primo usava le cose per caricarli di metafore, per comunicare un messaggio. I secondi progettavano per rispondere a sfide tecniche e alle richieste della società del momento. Si tratta di una differenza sostanziale, iniziata con i grandi Maestri del design italiano e che secondo me tutt’ora vive. E che, anzi, ha anche preso piede in Europa. Sono tanti, secondo me, i designer stranieri che si sono “italianizzati”, che cercano di dare un senso alle cose al di là della funzione e della forma. Quando penso al primo Droog Design, per esempio, vedo degli olandesi che sono riusciti a fare quello che gli italiani facevano 20 anni prima ma che nei primi anni 90 non erano in grado di fare più…»

LEGGI ANCHE: A COSA SERVE STUDIARE DESIGN OGGI?

Frida, di Odoardo Fioravanti per Pedrali (2008, compasso d’oro 2011)

L’italianità, nel design, è quindi la capacità di infondere significato agli oggetti. È una caratteristica che secondo voi è ancora percepibile nelle nuove generazioni? E come voi, in quando maestri di oggi, vi impegnate per non perderla?

Maddalena Casadei: «Penso che l’italianità così intesa sia trasmissibile e vada trasmessa. Ma per farlo sono necessarie scuole che lascino spazio alla creatività. Cosa che spesso non accade più perché l’attenzione è tutta rivolta all’inquadramento nel mondo industriale. Che è importantissimo, ovviamente. Ma il focus sullo sbocco professionale non dovrebbe andare a discapito della sperimentazione. Perché se non inventiamo in totale libertà quando siamo a scuola quando mai impareremo il modo di farlo? In un mondo che va sempre e troppo di corsa, siamo sempre più convinti che si possa ricevere istruzioni e poi agire di conseguenza. Ma la capacità di progettare – che è una sintesi in grado di tenere insieme spunti diversi – si costruisce solo con il tempo. Se si inizia subito a progettare dribblando paletti e costrizioni – come avviene nel mondo industriale – sarà difficile arrivare a costruire una capacità di progettare personale».

LEGGI ANCHE: «MEGLIO DISEGNARE UNA CALDAIA O UNA SEDIA PER DESIGN MIAMI?»

Se guardiamo al panorama del design italiano oggi rispetto agli anni 80-2000, cosa è cambiato? E come questo cambiamento ci può indicare il modo in cui il nostro design continuerà a crescere?

Odoardo Fioravanti: «Il cambiamento più manifesto è il successo del design come fenomeno pop, una specie di “moda degli oggetti”. Che ha due conseguenze. Da un lato l’affacciarsi alla professione di un numero sempre crescente di persone. Dall’altro, la vaghezza sul senso e il significato della parola che ha perso l’accezione “culturale” per diventare tutto e il contrario di tutto. In una cultura basata sull’immagine nessuno ha il tempo di raccontare veramente gli oggetti e il pensiero che li ha generati. E questo ha anche cambiato l’industria in cui si muovono i designer. Perché 40 anni fa gli imprenditori avevano esigenze diverse ma anche erano più attenti e interessati al progetto come gesto culturale, non come mera applicazione di regole per ottenere un risultato».

Il design è quindi vittima del suo successo. Dove ci porterà allora tutto questo?

Maddalena Casadei: «Personalmente spero spero che tutto questo imploda e che prevalga la stanchezza dopo l’abbuffata. Anche negli anni 80 c’era una grande attenzione per colori, immagine, grafica. Ma dietro la superficie c’era uno spessore di pensiero. Oggi, invece, ci alimentiamo di estetiche sempre più simili a se stesse e siamo convinti che “tutto sia design”. Ma non è vero. Il progetto vero, per tornare a prosperare, ha bisogno di tempo: non solo per chi lo fa ma anche per chi lo osserva».

Tavolo Fonda, di Maddalena Casadei per B-Line, Good Design Award 2018

Aprire uno studio di design oggi. Vale la pena? Quali sono le difficoltà e le sfide?

Maddalena Casadei: «Il mio consiglio è ovvio, data la mia esperienza. Io suggerirei sempre un periodo in uno studio avviato. Che va scelto con cura. Meglio quello piccolo, dove chi è a capo ti tratta come un amico, ha voglia di condividere con te le sue idee e processi ma è anche aperto a quello che tu, in quanto ex studente, puoi potenzialmente offrire.

LEGGI ANCHE:

Poi però bisogna staccarsi. E ammetto che quando ho deciso di aprire il mio studio ho vissuto un momento di smarrimento. Perché da James Irvine avevo imparato che non bisogna bussare alle porte delle aziende. Cosa che funzionava negli anni 90 ma ora non più. Le mie relazioni con le aziende quindi oggi spesso iniziano con la mia richiesta di un colloquio, di un’occasione per spiegare chi sono e come progetto. So che ci sono colleghi che inviano direttamente progetti ma secondo me è sbagliato avanzare proposte se non si sa dove un’azienda sta andando o vuole andare».

L’era dell’ipercomunicazione forse fa male al design che non riesce ad avere spazi di lentezza in cui raccontarsi. Però gli strumenti digitali aiutano anche i giovani designer. Come?

Odoardo Fioravanti: «Uno dei vantaggi principali del presente è che inventare qualcosa, prototipizzarlo e proporlo alle aziende non è mai stato così facile. Quando io ho iniziato per fare un prototipo bisognava implorare degli artigiani e pagarli a peso d’oro. Oggi tutto questo si chiama Shapeways, Materialise: quei luoghi da sogno dove mandi un disegno 3D e in una settimana arriva il pezzo vero e fatto. Persino in metallo, un materiale che ai miei tempi era off limits. E che dire della possibilità di informazione che ci sono? Per capire cosa sono tornitura e spinning basta cercare dei video su YouTube… Io, al contrario di Maddalena, sono uno di quelli che non solo bussa alle aziende ma ha anche a volte sviluppato idee e prototipi per loro prima di incontrarli. Perché le imprese hanno bisogno di prodotti risolti, facili da vendere, che abbiano un prezzo decente, desiderabili. Se voi vi proponete con un’idea completa, magari anche con il contatto di un fornitore che aiuti a produrlo perché dovrebbero dire di no?

Odoardo Fioravanti, Clutch stampata in 3D, Maison203

«Il mio consiglio è quindi: inventate, sfruttate i mezzi che avete oggi (che forse date per scontati), presentatevi. E spaziate fuori dal settore in cui l’Italia è leader, quello dell’arredo. Perché tutti vanno da Kartell e Kartell non risponderà mai a nessuno. Ma tutte le imprese hanno bisogno di design. E hanno ancora più bisogno quando non lo sanno. Nessun designer pensa a progettare carri funebri anche se uno costa più di una Ferrari e l’Italia è leader nel settore ed esporta in tutta Europa con un pugno di aziende».

Cosa potrebbe far bene al design oggi, pensando al domani?

Maddalena Casadei: «Credo che il mondo avrebbe da guadagnare se il design fosse inserito nei processi creativi, industriali e non, in prima battuta e non come “aggiunta estetica” finale. Perché il design è un metodo di pensiero che porta a una sintesi e può dare un contributo fondamentale quando si parla di sviluppo di nuovi materiali o di pensare fuori dai canoni tradizionali per trovare soluzioni innovative. Penso al bio-mimetismo, per esempio».

In quali ambiti il design funziona e in quali no?

Odoardo Fioravanti: «Sta bene dove ci sono problemi che hanno assunti precisi, un sistema di riferimento, paletti chiari e si fa fatica a mettere tutto inseme. Il designer ha un potere di ideazione sintetica, idealizza e modellizza il problema e lo risolve con un’idea leggera, che prevede il minimo di mezzi necessari. Tutto questo si applica a una grande varietà di situazioni, basti pensare che il Comune di Milano oggi ha a suo carico dei designer che studiano il traffico».

Maddelena Casadei, pouf Galeata per PaolaZani, 2018

Come cambierà la professione del designer in un’economia dell’arredo in cui il contract fa il fatturato?

Odoardo Fioravanti: «Per contract intendiamo mercati in cui i prodotti vengono venduti in grossi numeri per forniture alberghiere, bar, ristoranti. È un mondo in cui scompare progressivamente l’idea che uno vada in un negozio a comprarsi un mobile: infatti i negozi stanno scomparendo. Questo crea però un sistema in cui le aziende fanno lavorare chi fa vendere. Cioè chi progetta un albergo di 78 piani a Dubai e non un designer che è specializzato in oggetti e non edifici. Tutto ciò è compensibile, dal punto di vista del business. Con il fiorire del viaggio come hobby, i numeri sono infatti diventati spaventosi e spesso salva-vita per le aziende. Detto questo, sono anche convinto che ci sia molto spazio per innovare in questo settore. Lago per esempio ha sviluppato servizi per cui vende mobili a privati che vogliono aprire degli AirBnB o piccoli hotel, offrendo anche consulenze su come arredarli. Un contract diffuso, insomma, su cui ci si potrebbe sbizzarrire, creativamente parlando».

Per finire. Quali caratteristiche dovrebbe avere il designer oggi per avere successo anche domani?

Maddalena Casadei: «La passione e la curiosità, senz’altro, che sono l’anima della creazione. Ma anche e soprattutto l’umiltà. Che aiuta a essere aperti e pronti a guardarsi intorno, a ricevere input, a rimettersi in discussione. E quanto più si cresce, tanto più bisognerebbe esercitarla».

Odoardo Fioravanti: «La capacità di rialzarsi in piedi. La progettazione oggi ha una dimensione così complessa che a tutti quelli che inizieranno capiterà di cadere. Forse ogni giorno. Di trovarsi a fronteggiare problemi apparentemente insormontabili. La differenza tra chi ce la farà nella professione e chi no sta soprattutto nel mondo in cui si reagisce in quei momenti bui – che ci saranno, e saranno tanti – di cui nessuno parla. Ma con cui tutti prima o poi si scontrano».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *