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Cos’è un fablab. E cosa non è. E perché dovrebbe interessare ai designer (no, non è per le stampanti 3D)

written by Enrico Bassi
CATEGORIE Progetti Design

Quando si parla di fablab il mondo si divide in due parti. Chi non li ha mai sentiti nominare e chi è convinto di sapere esattamente cosa siano. Spesso sbagliando. Perché quando si pone davvero la domanda “cos’è un fablab” la risposta più comune è: “un posto con le stampanti 3D”. Che è riduttivo quanto dire che un designer è una persona che fa “cose carine”…

Coordino fablab da quando, nel 2011 a Torino, è stato aperto il primo in Italia. Da allora il concetto stesso (cos’è un fablab, cosa fa, a chi serve, chi lo frequenta, e come guadagna) è cambiato molto.

Così, quando mi capita di chiedere a studenti e professionisti quanti sanno cos’è un fablab, in media siamo sopra il 50% della platea. Quando però si passa alle definizioni, lo scenario cambia. La risposta più comune è: “un posto con le stampanti 3D”.

Non che non sia vero (di stampanti 3D ne abbiamo). Ma decisamente la presenza di strumenti per la manifattura digitale non è sufficiente per trasformare un laboratorio qualsiasi in un fablab.

Aprire un fablab per fare cosa?

Quando pensano ai fablab, l’immagine che molti hanno è in realtà quella degli hacker e maker space, che sono spazi (spesso autogestiti), frequentati da gente spesso molto interessata alle tecnologie e poco alle persone. Di conseguenza, i progetti che nascono in questi luoghi sono spesso molto divertenti, altamente tecnologici. Non sempre utili, però.

Il fablab di Milano Opendot

Gli spazi di Opendot a Milano

Un esempio su tutti, nello storico hacker space di New York, NY Resistor, c’era un tavolo da caffè coperto da un nastro trasportatore che si muoveva molto lentamente. Nell’arco di 24h, il nastro percorreva un giro completo. Ed era la soluzione immaginata per chi aveva il brutto vizio di non ripulire gli spazi condivisi dalle proprie cose. Se abbandonate sul tavolo per più di una giornata, automaticamente il tavolo le trasportava di lato e le faceva cadere a terra, mantenendo la superficie d’appoggio sgombra. Drastico, ma efficace.

Stampare in 3D le repliche dei personaggi di Star Wars?

Per quanto divertente, è ovvio che il nastro getta-cose di New York non è un progetto pensato per essere prodotto e diffuso. È, piuttosto, un’idea divertente, fuori dagli schemi, e costruirlo è certamente stata una sfida. Il motivo per cui, appena sono nati, i fablab erano inondati di persone che chiedevano di stampare in 3D piccoli oggetti di ogni tipo, dai gioiellini alle repliche dei personaggi di Star Wars, è che questo genere di progetti attirava l’attenzione di tanti. Ma, decisamente, non è di questo che si occupano i fablab.

Con chi lavora chi lavora in un fablab

Dal 2014 coordino il fablab milanese Opendot e dire con chi lavoriamo aiuta a spiegare perché stampare oggettini in 3D non ha decisamente molto a che fare con quello che è un fablab oggi. Noi collaboriamo con il sindaco del paesino che vuole rendere il museo cittadino più interattivo o con gli insegnanti che vogliono cambiare il modo in cui insegnare. Siamo a fianco dei terapisti per sviluppare soluzioni che rendono più indipendenti bambini con patologie neurologiche. Aiutiamo i medici a rendere più sicure le sale operatorie, ma anche le aziende che vogliono innovare le loro produzioni. Supportiamo artisti, designer, ingegneri, etc. Progetti dunque molto diversi tra loro ma che hanno un comune denominatore: l’innovazione. Perché – e non è un vero spoiler a questo punto – un fablab è un luogo dove si incrociano competenze per creare innovazione condivisa.

A cosa serve un fablab (ai designer)?

Strumento per aiutare i bambini disabili a disegnare e scrivere, coprogettato da Opendot con la fondazione TOG

Strumento di scrittura e disegno per bambini con disabilità motorie

Perché un designer dovrebbe quindi passare del tempo in un fablab? La risposta più ovvia sembrerebbe essere “perchè ci sono tecnologie che non si possono permettere e usare”. Oppure, nel caso di uno studente, “perchè disegno e risparmio rispetto a quello che mi chiede il falegname per il prototipo dell’esame”. Motivazioni lecite. Ma non le più importanti.

1. A occuparsi di problemi reali

Il primo motivo è riassunto dalla famosa frase (ugualmente attribuita a Sottsass e Munari) che “ci sono più sedie che culi”. Là fuori c’è un mondo di problemi reali, che avrebbero molto bisogno di buoni designer per essere non solo risolti ma trasformati in operazioni facili, piacevoli e efficaci.

2. A praticare, davvero, la coprogettazione

il secondo è fortemente legato al primo: nei fablab si pratica la coprogettazione, un’attività di cui si parla molto ma si pratica pochissimo. Le soluzioni, in un fablab, non nascono da un geniale deus ex machina, che, calato dall’alto, risolve qualunque progetto grazie alla sua innata e infinita creatività. E magari, dove non arriva l’intuizione geniale a convincere che sarà un prodotto di successo, interverrà la firma e la fama. La coprogettazione prevede che attorno allo stesso tavolo siedano figure molto diverse, con ruoli diversi, ma con un obiettivo comune: trovare una soluzione. Nessuno è un esperto in qualsiasi ambito, ma tutti lo sono in un’area specifica, ognuno può contribuire. La frase con cui iniziamo tutte le nostre lezioni di coprogettazione è “in un contesto complesso nessuno ha tutte le skill necessarie per progettare una soluzione efficace”. Non è una questione di bravura, ma di contesto. Il ruolo del designer quindi si sta cambiando, passando da solista a direttore d’orchestra (ruolo per nulla di meno valore o responsabilità).

3. Ad agire in modo veloce ed efficiente

L’ultimo punto è la velocità: il contesto in cui ci troviamo cambia radicalmente e ad una velocità impressionante, il principale driver di questo cambiamento è sicuramente la tecnologia. Conoscere le nuove tecnologie, non nei minimi dettagli ma quel tanto che serve per poterne parlare con cognizione di causa e utilizzarle sensatamente, è fondamentale. Trent’anni fa, in pochi pensavano di fare i designer ignorando completamente le tecniche di produzione dei prodotti. Quindici anni fa saper usare software di modellazione e grafica era un requisito piuttosto comune, oggi è il turno delle tecnologie di fabbricazione digitale e dell’IoT.

Poi certo, ci sono le macchine e puoi farti i progetti degli esami da solo, ma quella è sono una piacevole conseguenza.

Quindi cos’è un fablab?

Sicuramente è un laboratorio condiviso e aperto, con tecnologie a controllo numerico, facilmente utilizzabili da tutti, che aiuta le persone a concretizzare i loro progetti. In Opendot, il fablab di Milano che coordino, e in altre realtà italiane ed europee (alcune coinvolte nel progetto Fab City, che racconteremo), abbiamo però deciso di espandere la sua definizione a: “un luogo aperto che facilita i processi di innovazione, rendendoli possibili grazie a coprogettazione e tecnologia”.

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