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Homo Faber: guida alla mostra anti-nostalgia sui mestieri d’arte in Europa

Non è facile parlare di artigianato senza cedere alla nostalgia. Ci riesce inveve benissimo Homo Faber (alla Fondazione Cini a Venezia fino al 30 settembre). Una mostra in cui la bellezza dei manufatti crea meno meraviglia della rilevanza contemporanea dei mestieri che li realizzano. In questo senso, Homo Faber è il manifesto di una nuova cultura del saper fare europeo. Una in cui si usa la tecnologia senza subirla. E dove talento, manualità e sperimentazione creano valore economico e sociale diffuso. A prova di intelligenza artificiale.

Come tutte le mostre intelligenti, anche Homo Faber, atto primo della Michelangelo Foundation, ha più livelli di lettura.

Il primo è quello dello stupore. Aggirarsi tra le sue 18 sale e perdersi tra i 900 artefatti è facile. Basta soffermarsi sui dettagli, parlare con gli artigiani presenti o entrare negli atelier grazie alla realtà virtuale per rimanere a bocca aperta. E lasciarsi stregare dalla magia che solo il vero talento riesce a evocare.

Sul concept di Homo Faber e considerazioni dei curatori leggi qui

Il secondo livello di lettura è quello della conoscenza. Perché forse tutti immaginiamo che i maestri d’arte collaborino con le maison di moda per realizzare pizzi e dettagli arditi. Ma quanti sanno che lavorano anche nei laboratori di restauro? E negli atelier automobilistici? Quanti si immaginano che i bar di tendenza di Parigi o Milano non esisterebbero senza di loro? O che tanti arredi di design contemporaneo – proprio quelli più futuristici – nascono quando un progettista incontra un artigiano?

Fashion Inside and Out di Judith Clark e Sam Collins. Foto di Laura Traldi

Basterebbero già questi due punti di vista per rendere Homo Faber una mostra che val la pena vedere.

PER UN VIDEO DELLA MOSTRA CLICCA QUI

Ma c‘è un un terzo livello di lettura che va tenuto presente quando si attraversano i cortili e i chiostri della Fondazione Cini. Ed è quello della visione e del cambio di punto di vista. Perché Homo Faber spinge a considerare il mestiere d’arte come antidoto contro l’ignoranza, la superficialità e la “furbizia” dilaganti. E come motore propulsivo di una nuova unità europea in nome della dignità del lavoro.

L’Europa dei crafts, tra locale e globale

Perché quella che presenta Homo Faber è un’Europa in cui contano preparazione, studio e passione. In cui si abbraccia la tecnologia (dominandola e non subendola). Dove l’apprendimento è continuo e si alimenta di curiosità, procedendo a piccoli passi senza mai fermarsi.

Creativity and Craftmanship a cura di Michele De Lucchi, Cenacolo Palladiano, foto di Alessandra Chemollo

È, questa, un’Europa colta e raffinata ma non snob. Creativa ma anche con i piedi per terra e capace di sporcarsi orgogliosamente le mani. In cui non esistono tendenze volatili e globalismi ma dove è «il diverso che fa innamorare». Quella che si trova alla Fondazione Cini è quindi un’Europa che mette in mostra la sua anima locale: ricca, però, grazie al suo sguardo globale.

Infatti nel mondo dei mestieri d’arte non esistono barriere: né generazionali, né sociali, né tantomeno di provenienza geografica. Quello che conta è solo il talento. È il talento che produce “la differenza” tra un oggetto fatto da una qualsiasi macchina e uno prodotto con sapienza, lentezza, amore da un essere umano. È per questo che nel mondo dei mestieri d’arte il prezzo non conta. Non è snobismo. Ma per un orgoglioso rivendicare il valore aggiunto del lavoro dell’uomo – che sia portato avanti con la mano o con la macchina.

Workshops Exclusives a cura di Stefano Michelli. Foto di Alessandra Chemollo

È in questa capacità di produrre un “diverso d’autore” che l’Europa ha molto da insegnare al mondo. Ed è bellissimo che finalmente si riconosca il valore reale di questa “bottega diffusa” di conoscenze, saper fare e creatività.

Best of – il meglio di Homo Faber, una selezione personale

Ho particolarmente apprezzato alcune stanze perché raccontano, in modo inequivocabile, la vocazione contemporanea dell’artigianato. Eccole.

Imaginary Architecture, a cura di India Mahdavi. La sala più contemporanea, che mette in mostra senza ombra di dubbio come l’interior design più all’avanguarda non esisterebbe senza i mestieri d’arte.

Workshop Exclusives, a cura di Stefano Micelli. L’artigianato dove non ce lo si aspetta. Tra motociclette decorate a mano o con strumenti digitali, elicotteri ultraleggeri, biciclette elettriche in plastica iniettata e con il cambio automatico.

Restoring Art’s Masters, a cura di Isabella Villafranca Soisson. Il mondo del restauro artistico, da Gaetano Pesce al Veronese. Su questo universo, leggi anche qui.

L’installazione più bella

La location ha senz’altro molto contribuito alla riuscita di Fashion Inside and Out, a cura di Judith Clark e Sam Collins. Perché non capita spesso di poter osservare vent’anni di moda ardita in una ex-piscina trasformata in un percorso sospeso tra trampolini ed enormi spazi vuoti. Ma sono anche i pezzi esposti a lasciare un segno. E a raccontare l’artigianato come avanguardia e non come rimpianto.

Per entrare nel mondo dei mestieri d’arte

Ci vuole tempo per vedere Singular Talents, a cura della Michelangelo Foundation. Ma i ritratti “dinamici” di 12 mestieri d’arte rari, provenienti da tutta Europa sono splendidi. Una serie di installazioni video e in realtà virtuale portano infatti il visitatore in atelier unici, e a conoscere tanti giovanissimi innamorati di professioni quasi scomparse.

Pour l’intelligence de la main, a cura di Alain Lardet. La mostra sugli artigiani che hanno vinto il premio della Fondazione Bettancourt Schueller, si accompagna a un’esperienza immersiva in realtà virtuale. che permette di osservare i luoghi in cui gli artisti lavorano e traggono ispirazione.

Discovery and Rediscovery, a cura della Michelangelo Foundation. Dalle selle ai ventagli, dalle penne agli arazzi, dai coltelli ai vasi fino ai libri. Le botteghe artigiane senza le quali i grandi marchi non esisterebbero si raccontano. Da visitare con lentezza e orecchie aperte.

Foto di copertina: Imaginary Architecture di India Mahdavi. Foto di Laura Traldi

Homo Faber è l’atto primo della Michelangelo Foundation, fondata da Franco Cologni della Fondazione Cologni e Johann Rupert, presidente della Compagnie Financière Richemont. A Venezia, alla Fondazione Cini, dal 14 al 30 settembre.

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