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Anonimi firmati. Le icone del design che non sappiamo di avere intorno a noi (seconda puntata)

written by Vittoria Pugliese
CATEGORIE Progetti Design

Non li chiamereste icone del design ma lo sono. Perché dalla tazzina per l’espresso, al cucchiaino del gelato, dalla bottiglia della salsa di soja al Tratto Pen, gli oggetti che durano sono tutti stati progettati da designer. Continua la nostra storia a puntate alla scoperta degli oggetti anonimi (in realtà firmatissimi) che ci circondano. Questa volta siamo usciti di casa. E abbiamo trovato…

 

Dopo gli oggetti firmatissimi ma discreti – le icone di design “silenziose” che ci accompagnano nelle nostre case –  ci siamo guardati intorno. Perché gli anonimi firmati sono nei bar, negli uffici, nelle sale d’aspetto oppure al supermercato, nei ristoranti e ai tabacchi. Possono essere pezzi di arredo, così come packaging o strumenti di ogni genere e che molto spesso non scegliamo. Ma dei quali non vorremmo mai fare a meno.

È vero che nella maggioranza dei casi si parla di prodotti che hanno diritto di esistere perché, semplicemente, hanno una funzione. Ma non è certo un caso che i pezzi più condivisi, riconoscibili e apprezzati siano quelli pensati da un designer o da un team di progettisti. Il design è la ragione per cui le persone sviluppano un atteggiamento emotivo verso gli oggetti.
Dopotutto, nonostante le derive elitarie, uno dei principi fondanti della disciplina lo vede come strumento che migliora il quotidiano. E questi prodotti ne sono l’esempio. Proprio quando la teoria riesce nella sua applicazione al reale, un designer può dire di aver fatto veramente centro. E a confermarlo non è soltanto la diffusione del suo prodotto quanto la sua longevità.

Palettina per gelato, Giulio Iacchetti per Grom (2010)

Cucchiaino per gelato Grom, di Giulio Iacchetti

Nel 2010 la catena di gelaterie Grom decide di sostituire la plastica per la distribuzione con il Mater-Bi, il polimero biocompatibile dell’azienda Novamont. Tra i diversi articoli coinvolti c’era un nuovo cucchiaino. A è disegnarlo Giulio Iacchetti, che con il Moscardino (Compasso d’Oro con Matteo Ragni) aveva già lavorato il Mater-Bi. Anche questo risultato non è da meno: una palettina che tutti prima o poi hanno avuto l’occasione di prendere in mano. Dalle linee sottili e decise, rispetto a quelle tradizionali, non mantiene la simmetria che viene spezzata a favore della praticità. La sagoma segue perfettamente il profilo dell’interno della coppetta, permettendo di raccogliere fino all’ultima goccia di gelato.

Bombo, Stefano Giovannoni per Magis (1998)

Bombo, lo sgabello di Stefano Giovannoni per Magis

Nel 1998 Giovannoni ha progettato questo sgabello per Magis, riscontrando un successo immediato. Si tratta di una seduta in plastica orientabile di forma bulbosa montata su un pistone regolabile che termina in una base cromata circolare. È molto facile trovarlo nei bar e caffè di tutto il mondo. La sua diffusione è stata tale che le sue geometrie sono diventate simbolo dell’estetica anni 2000. E si sono radicate nell’immaginario collettivo fino a diventare quasi scontate. Ad oggi rimane una delle sedute più copiate della storia, lo “sgabello di design” per antonomasia. Di cui Giovannoni ha detto essere il responsabile, per anni, del 50% del fatturato di Magis.

Museo, Enzo Mari per Zanotta (1991)

Enzo Mari, appendiabiti Museo per Zanotta

Come un oggetto di altri tempi, viene dato quasi per scontato e passa inosservato alla maggior parte delle persone. L’idea alla base dell’appendiabiti disegnato da Enzo Mari per Zanotta nel 1991 era quella di creare un oggetto equilibrato nelle forme che durasse a lungo e non avesse bisogno di sovrastrutture o indicazioni rispetto all’uso. Adatto a qualsiasi tipo di ambiente, non è nelle sue intenzioni comunicare altro al di fuori della propria funzione. Forse, il motivo per cui non ci accorgiamo della sua presenza quando entriamo in una stanza, è semplicemente dovuto al fatto che la maggior parte delle volte è ricoperto e nascosto proprio dai nostri soprabiti.

Tazzina da caffé espresso, Matteo Thun per Illy (1990)

La tazzina per il caffé espresso Illy, di Matteo Thun

Siamo abituati a vederla sempre colorata in molteplici versioni firmate da diversi esponenti dell’arte contemporanea, ma la mano dietro alle curve iconiche della tazzina per l’espresso è quella di Matteo Thun. Un prodotto che nella sua carica rappresentativa, legata a un marchio come Illy, è capace anche di comunicare a un livello più profondo, quello dell’esperienza. Sono proprio le forme morbide dell’ impugnatura e del bordo, unite al particolare spessore e al peso della tazzina stessa che hanno reso questo pezzo riconoscibile alla vista, alla bocca e al tatto di un consumatore apparentemente inconsapevole.

Tratto pen, Design Group Italia per Fila (1975)

Tratto Pen, un'icona del design quotidiano di Italian Design Group per Fila

Nasce nel 1975 dalla collaborazione tra Fila e Design Group Italia e arriva nelle mani di tutti. Per i tempi era una rivoluzione. Un ibrido tra un pennarello e una penna a sfera, nonché la prima penna con la punta in feltro per la scrittura che permetteva di scrivere senza intoppi con qualsiasi inclinazione. Si distingue per la forma rigorosamente cilindrica e il cappuccio a bombetta con i sette dentelli che, in un primo momento, non erano nulla più di una soluzione tecnica a un problema di tipo produttivo legato alla finitura del bordo. Quelli che dovevano essere soltanto dei supporti provvisori da eliminare durante la finitura, sono rimasti, diventando un elemento estetico caratterizzante e anche un dettaglio funzionale che permette alla penna di non rotolare sulle superfici. Vincitrice del Compasso d’Oro e parte della permanente del MoMa, è entrata a pieno diritto nella storia del design e nel nostro quotidiano.

Accendino Bic, Marcel Bich (1973)

Accendini Bic, icone del design anni 70

Invenzione datata 1973 dell’omonimo barone Marcel Bich è stato il primo accendino usa e getta nella storia, trasformando quello che prima di allora veniva considerato un bene di lusso in un oggetto di uso comune, democratico e non più elitario. Umberto Eco lo ha definito come “il capolavoro di design moderno” ma soprattutto “l’unico esempio di socialismo realizzato che ha annullato il diritto di proprietà”. Che aveva ragione, ce ne accorgiamo quando a inizio giornata lo compriamo al tabacchi per un euro e la sera non c’è già più perché quasi certamente ha trovato un altro proprietario. Oggi la sua diffusione vanta circa sei milioni di articoli venduti ogni giorno e senza temere per il suo successo, sono in tanti quelli che ne acquisteranno un altro anche il giorno dopo.

Porta ombrelli, Gino Colombini per Kartell (1965)

kartell portaombrelli

Se capita di pensare al porta ombrelli viene in mente proprio lui. Un classico intramontabile della Kartell anni ’60 e ancora a catalogo, è tra i primi prodotti ad aver sfruttato il potenziale delle plastiche per la produzione in serie. Anche se all’inizio veniva pensato principalmente per un uso domestico, oggi lo troviamo più facilmente come pezzo immancabile negli spazi pubblici e negli uffici e non è detto che sia lì in qualità di porta ombrelli. Infatti, grazie alla forma cilindrica dotata di aperture laterali, può essere utilizzato facilmente anche come cestino. Questo, come gli altri prodotti di Colombini per Kartell, fa parte di una visione più ampia che caratterizzava il modo di progettare in quegli anni legato alla ricerca dell’utilità e allo studio delle nuove necessità di arredo.

Bottiglietta per la salsa di soja, Kenji Ekuan per Kikkoman (1961)

Salsa di soja Kokkoman, la bottiglietta è stata disegnata da Kenji Ekuan

Nei ristoranti come a casa, la bottiglietta della più famosa delle salse di soia, la Kikkoman, accompagna i nostri pasti a partire dal 1961. Il designer giapponese Kenji Ekuan l’aveva disegnata mettendo nel tappo in plastica tutto il suo ingegno e lasciando il corpo scarico di ogni funzione se non quella di contenere con eleganza e sobrietà. Il risultato era un dispenser dalla forma che attira subito l’attenzione e in grado di dosare la salsa di soia anche in piccole quantità, evitando gli sgocciolamenti. Per questi motivi è diventato non solo un ottimo supporto per i fornelli ma anche un bell’accessorio da tenere sulla tavola.

Bottiglia Campari, Fortunato Depero (1932)

Campari, bottiglia di Fortunato Depero

Prima uno schizzo per una pubblicità, poi un manifesto e infine una bottiglia. Le geometrie coniche appartengono a Campari dall’inizio della collaborazione con l’artista futurista Fortunato Depero negli anni venti, ma solo dieci anni più tardi escono dal foglio per incontrare le tre dimensioni, diventando il simbolo stesso del marchio. Logo in vista e colori semplici erano le uniche direttive che Daniele Campari diede a Depero quando, dopo i manifesti, gli chiese di disegnare la bottiglietta per il primo aperitivo monodose. Così, fuori dalle tradizioni, le linee decise e il rosso Campari hanno fatto in modo che il prodotto, quando risposto sugli scaffali, fosse riconoscibile a colpo d’occhio e che rimanesse impresso per sempre nella mente di tutti. Era la nascita di un’icona italiana che sembra non vedere ancora il suo tramonto.

Numero 14, sedia Thonet, Michael Thonet (1859)

La sedia 14 di Thonet, la prima prodotta in massa

Sicuramente il successo più longevo nella storia del design è ancora oggi la seduta per eccellenza di ogni bar o caffetteria che si rispetti. La numero 14, più conosciuta come sedia Thonet, venne commercializzata a partire dalla metà dell’800 da Micheal Thonet. L’industriale tedesco non era soltanto l’autore del primo esemplare ma anche l’inventore del metodo di curvatura del legno con cui viene realizzata che ha segnato un punto di non ritorno nell’industria del mobile. Era la prima sedia a essere prodotta in serie: composta da sei pezzi in legno, dieci viti e due dadi venne progettata per essere spedita disassemblata, in modo da risparmiare spazio durante il trasporto e montata una volta arrivata a destinazione attraverso delle semplici istruzioni. Un po’ come quando compriamo un mobile di Ikea, proprio la semplicità e serialità rimangono i segreti di questa seduta.

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