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L’orto botanico di Padova: progetto e rispetto

written by Laura Traldi
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Patrimonio dell’Unesco, fondato prima della nascita di Galilei, l’orto botanico di Padova rinasce in veste contemporanea: un gioiello verde di VG Associati fatto di rispetto per le piante, il passato e il futuro dell’uomo. Ecco come e perché è stato ampliato

Al concorso del 2005, per aggiudicarsi l’onore di allargare l’orto botanico di Padova (appartiene all’Università ed è il più antico del mondo, fondato nel 1545), si erano presentati in tantissimi: tra gli altri, David Chipperfield, Mario Bellini, Dominique Perrault. Alla fine, però, la passione per la biodiversità ha vinto sul nome altisonante.

L’orto che vedremo (a partire da quest’estate, quando aprirà ufficialmente al pubblico) è stato infatti progettato dallo studio VG Associati, diretto da Giorgio Strapazzon. Non un’archistar né un botanico ma un uomo la cui passione per la natura è autentica e informata. Strapazzon ama ripetere che «non ci siamo noi al centro del mondo, ma le piante», e ricordare che «se le specie vegetali scomparissero, gli uomini si estinguerebbero; ma se avvenisse il contrario, in 200 anni ogni traccia del nostro passaggio sarebbe cancellata per sempre». Se vi suona un po’ eccessivo, sappiate che sbagliate. Il nuovo orto botanico di Padova, infatti, è un gioiello high tech, un’architettura dinamica che si adatta, grazie a un software, alle esigenze delle piante per ottimizzare il consumo energetico e creare un habitat perfetto. «Non dobbiamo tornare indietro. Ma per andare avanti bisogna ritrovare il rispetto», dice. «Per la biodiversità, anzitutto, che non è un concetto astratto ma il principio della vita da cui dipendiamo. E per le piante: che, come aveva intuito Darwin in The Plants’ Movement (e come provano studi botanici recentissimi), hanno radici che si comportano come il cervello di un animale inferiore, sono in grado di percepire l’ambiente e adattarsi».

Rispetto è la parola chiave per capire anche l’architettura del nuovo orto. «Arrivando dalla parte antica non si vede nulla di quella nuova, che appare all’improvviso, dopo aver attraversato un’area densamente piantumata. È un lungo tunnel, una specie di vetrina dedicata alla biodiversità che, come una sezione terrestre percorribile a piedi, va dai tropici all’artico». Anche se, a prima vista, non esiste alcun rapporto tra la parte antica e quella contemporanea, si percepisce un senso di continuità tra i due ambienti. «Abbiamo disegnato gli spazi seguendo i principi chiave dell’estetica rinascimentale: cerchi, quadrati, moduli numerici particolari. Questo non si è tradotto in forme riconoscibili (non ci siamo messi a copiare le colonne classiche) ma in un’armonia diffusa e chiaramente percepibile».

Anche il tema della riscoperta delle acque “antiche” è centrale nel progetto. Il padiglione del visitors center ha una terrazza a sbalzo sul canale Alicorno (una delle antiche vie idriche di Padova), mentre una lama d’acqua separa l’orto antico dalla parte nuova, dove cascate e laghetti si insinuano tra i vari ambienti terrestri ricreati. «La gente presta attenzione e si ferma per interiorizzare concetti solo se viene toccata emo-tivamente», spiega Strapazzon. «Per questo abbiamo scartato l’approccio tradizionale museale-didascalico e usato l’architet-tura per affascinare il visitatore che ha l’opportunità, unica, di percorrere a piedi una parte della crosta terrestre, incontrando le varie piante che la abitano». Niente effetto Disney, però. «Stupore e serietà viaggiano insieme», spiega l’architetto.

«Tra gli accorgimenti che rendono avanguardistica la teca di vetro, lunga 100 metri e alta 18, c’è un sistema per il recupero delle acque meteoriche, completata da un’integrazione idrica da un pozzo artesiano, pannelli fotovoltaici e un rivestimento delle supercifi con un composto fotocatalitico in biossodo di titanio che abbatte le sostanze nocive e l’inquinamento atmosferico». La serra è come una gigantesca foglia d’albero, che opera una fotosintesi in chiave high tech. «Qui si fa ricerca, l’orto nuo-vo, come quello antico, fa parte dell’Università. Ma è anche uno spazio urbano, che accoglie tutti». Da qui la scelta di una pavimentazione con un materiale simile alla trachite, la pietra vulcanica che tappezza piazze e spazi pubblici padovani. «Il sistema che abbiamo sviluppato (che percepisce le neces-sità delle piante e vi adegua alcuni dettagli dell’edificio) ci ha permesso di creare un Wikiorto, un’esperienza da gestire dal proprio smartphone: un aiuto alla visita prima e durante (grazie ai cartellini interattivi) e un memento per il post visita. Lo scopo è che le visite si ripetano. L’orto è un luogo vivo, che cambia di continuo e va assaporato nel tempo, con calma»

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