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Architettura, design e arte: e Lione rinasce

written by Laura Traldi
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Borghese e sorniona, Lione sta spingendo l’acceleratore per trasformarsi in città della cultura, dell’architettura e del design. Una visita in occasione dell’apertura del Musée des Confluences.

Ci sono città che è facile comunicare con una sola immagine-simbolo oppure rievocando le atmosfere tipiche di un quartiere. Ce ne sono altre, invece, che vanno raccontate poco a poco e la cui bellezza si nasconde, quasi avesse paura di apparire in modo sfrontato. Come Lione. Una città che ai francesi piace descrivere come “borghese”, ingaggiata da sempre in una lotta impari con la capitale in tema di business, cultura, educazione, creatività (tutti settore in cui eccelle ma arriva sempre seconda, dopo Parigi, appunto). Una città in continua trasformazione, in cui coesistono quartieri antichi e moderni, piccole vie tortuose e arterie viarie enormi, ambiziosi grattacieli e casermoni tristi. Ma dietro questa facciata fatta di ossimori, Lione ha una costante: crede in se stessa e non ha mai smesso di farlo, investendo fin dai primi anni Duemila, nel suo futuro urbanistico. E i risultati, oggi, si vedono.

Il nuovo quartiere delle Confluences – la zona in cui si incontrano la Saona e il Rodano, i due fiumi che attraversano la città – è un bellissimo esempio di come sia possibile riportare in vita una zona dimenticata senza cadere nella nostalgia.

Merito degli edifici progettati da architetti sperimentali come Odile Decq (che ha creato un’enorme struttura con una porzione “sospesa” sul Rodano) e Jakob&MacFarlane (sono loro i due enormi cubi colorati e bucati, ricoperti da una “pelle” traforata). E malgrado il recupero filologico di alcuni elementi (come i vecchi “silos” delle saline trasformati in locali per esposizioni, discoteche e bar ristoranti o le rotaie lasciate a vista lungo parti della passeggiata sul lungofiume), l’imponente silhouette del Musée des Confluences in lontananza – nascosto da una vegetazione un po’ sauvage – non lascia spazio a dubbi: qui si crede nel nuovo.

Il museo vale in sé una visita a Lione. Progettato da CoopHimmelb(l)au, è un edificio che visivamente è chiaramente ispirato alla leggerezza (sembra un enorme cristallo ed è “sospeso” su pilastri bianchi che tendono a fondersi con l’orizzonte, come una nuvola) ma di fatto è pesantissimo. Così pesante, in effetti, da costringere l’impresa responsabile per i lavori a gettare la spugna (con una conseguente pausa nella realizzazione del progetto di anni e un mare di polemiche).

Avvicinandosi all’entrata, si passa dal giardino aperto al pubblico e affacciato sui due fiumi a un’ampia zona coperta e circondata da piscine d’acqua (che mi hanno ricordato quelle della Fondation Louis Vuitton a Parigi, aperta in contemporanea ma progettata dopo il Musée des Confluences). L’effetto finale è simile a quello di un giardino giapponese e davvero piacevole.

Ma è all’interno che il museo custodisce il suo vero tesoro: un mix di collezioni etnografiche e legate alle scienze naturali. Il museo ha quattro sezioni, ognuna delle quali risponde – attraverso manufatti o reperti naturali – a una delle grandi domande della vita: da dove veniamo, come viviamo in rapporto al mondo che ci circonda, come ci organizziamo nella vita sociale, cosa succede dopo la morte. Le risposte, ovviamente, non sono definitive ma propongono una serie di punti di vista diversi (proposti da popoli diversi) sulle stesse tematiche, insegnando non solo l’arte della tolleranza ma anche la sua ricchezza.

 

Da un punto di vista espositivo, il Museo è un vero gioiello. Ogni stanza – progettata da un interior designer diverso – racconta infatti la sua storia secondo un percorso diverso, con scenografie tutte da scoprire. «Siamo partiti dall’idea di riempire gli spazi con pochi ma significativi oggetti e concetti», spiega Nicolas Dupont, responsabile delle collezioni e delle esposizioni del museo. «E di farli parlare – come se fossero elementi di un racconto scientifico – anche attraverso una cura estetica che spesso manca nei musei». Ecco quindi un catalogo di insetti organizzato come una scultura coloratissima (che però non perde di vista l’intento didattico), una sfinge che si impone su uno sfondo fatto di materiali architettonici high tech, teche a forma di diamante che proteggono gli artefatti con le loro cornici allungate senza bisogno di vetri. All’interno dei percorsi ci sono numerosi oggetti da toccare. «Non si tratta di copie ma di veri fossili, pietre, manufatti», continua Dupont. «È il crollo dell’ultima barriera tra visitatore e museo, il divieto del contatto fisico. Il nostro pubblico impazzisce all’idea di poter sentire sotto i polpastrelli un meteorite o una pietra lunare».

Se decidete di passare un week end in questa “Torino francese” e pensate di farlo a breve, oltre al Musée des Confluences troverete un ricco calendario di eventi di musica, teatro e performance: l’evento kermesse annuale Les Nuits de Fourvière, infatti, è in pieno svolgimento. Tra i grandi nomi che sono già passati per Lione in questi giorni, Florence and the Machine (il 5 luglio) e Sylvie Guillem (che ho avuto la fortuna di poter vedere dal vivo, nel teatro gallo-romano della città, in un’atmosfera da sogno). Ma il programma è ricchissimo e non c’è che da scegliere.

Mentre c’è ancora tempo solo fino al 12 luglio per vedere la mostra OpenSea al Musée d’Art Contemporain: una collezione di opere di giovanissimi artisti del sud-est asiatico.

Si tratta di una mostra coraggiosa, con opere che spaziano dalla pittura all’installazione, dalla video-art alla scultura, e che permettono al pubblico occidentale di avere una visione di insieme su un continente e sulle aspirazioni creative delle sue nuove generazioni. A seguire, la Biennale d’Arte Contemporanea aprirà le sue porte dal 10 settembre fino al 3 gennaio 2016.

Mentre per lo shopping c’è un piccolo ma vibrante quartiere – perfetto per chi ama il design e la moda. Si chiama Village des Créateurs ed è un distretto – il cui cuore è nel alla Croix Rousse – creato a tavolino nei primi anni Duemila per salvaguardare il patrimionio creativo di Lione in primis soprattutto in relazione all’industria tessile ma poi abbracciando anche il design e la decorazione. Ogni tre anni, dodici giovani creativi vengono selezionati – in base a criteri che vanno al di là del solo talento ma che si basano anche sull’esistenza di un business plan concreto – per avere il proprio spazio espositivo in questa zona un tempo dimenticata dai Lionesi e ora in piena attività: i piccoli baretti, ristoranti, studi in condivisione e boutique non si contano e l’età media oggi qui è molto bassa.

Un quartiere brulicante, insomma, dove oltre a dare la possibilità ai jeunes créateurs di far progredire il proprio business (con tutorial personalizzati, workshop e incontri con professionisti), viene dato loro anche uno spazio per le vendite. Ed è qui che fare shopping potrebbe rivelarsi decisamente interessante. Ci troverete infatti un po’ di tutto: dagli abiti Total Blue di Cae, alle meravigliose ceramiche di Le Loup (graffiate a mano su della porcellana spalmata sul gres) fino alle sofisticatissime sete di Sophie Guyot (un miracolo di plissettatura).

 

 

 

14 risposte a “Architettura, design e arte: e Lione rinasce”

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