VEDI TUTTI zoom_out_map

Matteo Meschiari: «immaginare è evolversi. Torniamo a farlo»

written by Elisa Massoni

Secondo l’antropologo Matteo Meschiari (autore de La Grande Estinzione) abbiamo perso la capacità di costruire scenari, pensare soluzioni, creare strumenti e arte autonomamente. Ma dobbiamo ritrovarla per immaginare una vita oltre l’Antropocene.

Siamo orfani di una facoltà naturale, organica: l’immaginazione. Un tratto umano che ci ha consentito di ampliare la nostra nicchia evolutiva fino a diventare quello che siamo oggi. Peccato averla delegata ai narratori professionisti e main stream, e esserci adagiati nei loro racconti romantici o distopici. E ora? Il cambiamento reale comincia da qui: immaginare autonomamente, da individui, un futuro possibile e desiderato. Legittimare la creatività come uno degli strumenti a disposizione per dare nuove possibilità agli esseri umani.
Di tutto questo l’antropologo e geografo Matteo Meschiari parla in questa lunga intervista. Il pretesto? Il suo ultimo libro: La grande estinzione, immaginare ai tempi del collasso. Uscito appena prima dell’esplosione del Coronavirus in Italia, è un piccolo pamphlet da cui sarebbe bello ripartire.

L’aspetto vagamente profetico è molto evidente in La Grande Estinzione (Armillaria, 2019). A conti fatti, fa un po’ impressione. Ma la soluzione è già nel sottotitolo: immaginare. In che modo l’immaginazione diventa una forma di resistenza?

Matteo Meschiari: Immaginare per me non significa fantasticare, ma usare un fascio di abilità cognitive che hanno permesso alla nostra specie di affrontare molti e diversi periodi di crisi. Ad esempio, durante l’era glaciale, quello che ci ha veramente salvati non è stato scolpire arpioni d’osso o cucire pantaloni, ma dipingere animali nelle caverne. Immaginare significa anzitutto usare quell’attitudine complessa che il neurofisiologo francese Alain Berthoz ha chiamato “vicarianza”, cioè costruire degli scenari mentali possibili, alternativi, in cui testare soluzioni “restando al sicuro”. Delle simulazioni, insomma. Immaginare però significa anche moltiplicare le occasioni di inciampare in situazioni creative del tutto impreviste. Esercitare l’immaginazione è importante perché a volte significa sopravvivere.

In questo momento l’idea del cambiamento è al centro del pensiero di molte persone. E un cambiamento improvviso e inaspettato è già avvenuto. Ma è difficilissimo immaginare cosa altro accadrà da qui in poi. È mancanza di fantasia? Davvero abbiamo smesso di immaginare?

Matteo Meschiari: Più che aver smesso di farlo, credo, abbiamo smesso di farlo autonomamente. Abbiamo insomma delegato la costruzione di un immaginario individuale e collettivo a poche persone che lo gestiscono perseguendo interessi che ci eccedono. Politici, pubblicitari, a volte anche gli artisti, si presentano e agiscono come professionisti dell’immaginario, incentivando una specie di consumismo delle immagini. Che so, i migranti, l’automobile, una banana appesa al muro col nastro adesivo. Alla fine immaginiamo, seguiamo, desideriamo immagini create da altri in cui il nostro contributo creativo è pari a zero. Riappropriarsi dell’immaginario significa prendere in mano le sorti del cambiamento, non delegarlo a una élite che ovviamente pensa prima di tutto a salvare sé stessa. Ciò detto, immaginare il futuro è anche un lavoro di delicata empiria, che richiede molto studio e molta esperienza speculativa. Non parlo di futurologia, ma di una scienza degli scenari futuri, fondata anzitutto sul metodo comparativo: la storia non inventa nulla, in genere, e in parte si ripete. Così, ad esempio, se vogliamo immaginare il futuro del pianeta dopo la pandemia, bisogna cominciare a studiare scenari psicologici e sociali simili nel passato dell’umanità. E da qui, per analogia e aggiustamenti, fare delle ipotesi nuove.

Edward Burtynsky, Benidorm #1
Spain, 2010

Nel design esiste un esempio lampante del tentativo di immaginare un mondo nuovo, il Bauhaus. A pochi mesi dal suo manifesto però il Nazismo annichilì qualsiasi tensione verso un’evoluzione culturale che, in quegli anni in Germania, sembrava imminente. Quali sono, secondo te, dal Dopoguerra in poi i momenti in cui abbiamo immaginato di più e meglio in Europa?

Matteo Meschiari: Molto spesso guardiamo la storia dell’immaginario come se fosse fatta da grandi uomini o da correnti epocali. Io penso piuttosto all’immaginario collettivo quando viene investito da grandi crisi epistemologiche ed è costretto a rielaborare per tentativi un’intera visione del mondo. Esistono molti picchi parziali dell’immaginario ma, antropologicamente parlando, a me interessano quelli che hanno portato alla rielaborazione delle cosmologie. Copernico. La fisica quantistica. Adesso l’Antropocene.

Ti sei occupato molto di oggetti e case. Hai scritto due libri sull’argomento: Paleodesign (Frontiere) con Maurizio Corrado e Disabitare (Meltemi). In che modo la cultura progettuale può davvero occuparsi di futuro in questo momento?

Matteo Meschiari: Per il progetto, credo, devono parlare designer e architetti. Come antropologo posso dire che il collasso del sistema-Terra descritto dall’Antropocene e la pandemia del Covid-19 hanno già modificato radicalmente la nostra percezione-rappresentazione dello spazio, sia domestico che pubblico. Case e spazi urbani dovranno reinterpretare in senso progettuale i nuovi bisogni, le nuove paure, i nuovi desideri delle persone e delle istituzioni. Un design e un’architettura del “dopo” sono argomenti estremamente attuali. E non solo la reinvenzione e la gestione degli spazi, ma anche una rinnovata riflessione sui materiali. Quello che auspico, però, è un dialogo più stretto con le scienze sociali, perché la progettazione è fatta per l’uomo e in quanto tale non può fare a meno del contributo dell’antropologia.

Edward Burtynsky, Salt River Pima-Maricopa Indian Reservation, Arizona, USA, 2011

Mi sembra di aver colto dalle tue riflessioni che progettare oggetti sia un’azione spontanea nell’uomo. Esiste la possibilità che una riflessione sul futuro includa una revisione della relazione che l’uomo ha con gli oggetti? Progetteremo meno?

Matteo Meschiari: Progettare e immaginare sono due attività connesse. Quando Homo habilis colpiva un nodulo di selce per ottenere un chopper, quando Neanderthal scolpiva un bifacciale perfetto, poteva farlo solo perché lo aveva immaginato prima. La selce non si colpisce a caso, ma secondo un certo angolo e imprimendo una certa forza, e angolo e forza vengono misurate nel gesto proprio perché l’artigiano vede in anticipo, prevede, immagina l’effetto della sua azione sulla pietra. Questa radice antropologica del design non può cambiare, fa parte dell’umano in quanto tale. Il punto, come dicevo prima, è però capire a chi si vuole delegare l’immaginario, a quale immaginario collettivo si va incontro, in quale autonomia creativa, economica, politica, artistica desidera agire chi progetta.

Nel dibattito filosofico e progettuale contemporaneo esistono svariati accenni e rimandi al bisogno di inventare distopie, mostri. Tu stesso nel tuo libro, da una parte suggerisci la necessità di immaginare, dall’altra noti come le distopie ci abbiano “abituato” a pensare che non esista alternativa. Quello distopico è un passaggio obbligato?

Matteo Meschiari: La distopia è un problema serio. Nel cinema e nella letteratura circolano decine di distopie banali e banalizzanti. C’è gente che crede che ambientare una storia nel futuro prossimo, in un regime totalitario, in un collasso del sistema, sia sufficiente per creare una distopia. Le distopie non possono esistere invece senza un parallelo pensiero utopico, cioè un pensiero che inventa un’alternativa economica, politica e culturale diversa dallo status quo. Senza utopia, insomma, non c’è distopia. Ciò detto, io preferirei parlare di possitopie, cioè la costruzione di scenari possibili che servano realmente a superare un momento di crisi sociale. Il discorso sui mostri invece è diverso. Siamo così abituati a pensare in termini normali e normativi gli umani, gli animali e le cose, che i “mostri”, cioè gli esseri meravigliosi, hanno il potere di svegliarci dal sonno del banale. Non sono esercizi di una mente che ama fantasticare, sono costruzioni che ci permettono di dialogare con altri piani della realtà diversi da quello del produci-consuma-crepa.

Nel design, soprattutto quello che si occupa di temi contemporanei, si parla spesso di transizione. A me piace l’idea di transitare. Offre la possibilità di pensare che questo sia un passaggio verso qualcosa di nuovo. Dal punto di vista antropologico ci sono state altre transizioni simili nella nostra storia?

Tutte quelle in cui gli oggetti prodotti erano una grande galassia materiale attorno a una rivoluzione cosmologica. Come dicevo, gli shift cosmologico-cognitivi esplodono in ogni direzione, non modificano solo le credenze e le strutture sociali, ma si infiltrano anche negli aspetti più irrisori dell’esistenza. 1492, si scopre l’America, il tabacco arriva in Europa, in Olanda si fabbricano le prime pipe, fumare diventa un costume sociale, l’arte registra il cambiamento, l’eccezione diventa abitudine.

Edward Burtynsky, Saw Mills, Lagos

Oggi per noi fumare è un gesto legato a nevrosi, dipendenza, edonismo. Un tempo era invece esotismo, un viaggio mentale verso le Indie Occidentali a portata di pipa. In ogni caso, di quale transizione stiamo parlando? Perché per me l’unica transizione globale che stiamo vivendo davvero è l’Antropocene, con la crisi climatica e la pandemia. Un trauma più che una transizione. Se nel design e nell’architettura questa consapevolezza sta penetrando con la stessa lentezza che caratterizza altri campi del sapere e della ricerca, allora credo che la transizione di cui si parla oggi sia qualcosa di già obsoleto.

Esiste la possibilità che gli imprenditori e il sistema economico possano partecipare a immaginare un futuro in cui la merce, i prodotti, abbiano un significato diverso da quello odierno?

Ci saranno imprenditori conformisti e imprenditori illuminati, come sempre. Il punto per me è interpretare correttamente il nuovo immaginario collettivo. Cioè capire in che direzione sta andando il desiderio della gente. Cose che siamo abituati a considerare indispensabili in una bolla di pace economica e climatica diventeranno presto bisogni superflui e irrisori. Stiamo andando verso tempi molto più duri, più severi. Questo porterà i makers a spingere verso un’opulenza barocca come verso un’austerity concettuale. Siamo entrati in una fase storica interessante, dove molta fuffa estetica, psicologica, economica, artistica verrà spazzata via senza pietà. E dove nuova fuffa estetica, psicologia, economica, artistica prenderà il posto della precedente.

La cultura progettuale sta cambiando alla velocità della luce, almeno nelle sue espressioni più teoriche e accademiche. Oggi il design si vuole occupare di evoluzione, di riuso dei materiali, di progetti sociali. È possibile che in effetti il design possa essere il tassello di congiunzione fra cultura simbolica e tecnologia all’interno dei sistemi economici e produttivi?

Se saprà reinventarsi rapidissimamente sì. Ma, come già dicevo, a patto di mappare sul serio l’immaginario collettivo, di individuare le mutazioni antropologiche in atto, di ridefinire i modi dell’analisi sociale. Per sedersi basta un pavimento. La sedia è un surplus dell’immaginario che racchiude un’estetica, un’ideologia, un messaggio simbolico. Forme e materiali sono i significanti, il significato è l’uomo adesso.

Quando si parla di design in Italia spunta subito anche la parola bellezza. È un termine che anestetizza o indica una direzione?

Dipende da chi lo usa, come, dove, perché. Dal mio personale punto di vista il termine “bellezza” oggi deve entrare in risonanza con altre parole-chiave dell’Antropocene: “collasso”, “sopravvivenza”, “crollo dei saperi”, “catastrofe cognitiva”. Cos’è la bellezza nell’Antropocene? Proviamo per prima cosa a rispondere a questa domanda…

A un certo punto tu invochi il bisogno di un (nuovo) animismo, di una relazione con il mondo e con gli oggetti basata sul mistero. Mi pare chiaro che non sia un pensiero di facile spiritualità, il tuo. Ma spirituale invece sì. Potrebbe essere questo il punto di partenza per immaginare il design in un modo più adatto al tempo che viviamo?

No. Per me l’animismo non è una alternativa spirituale. Non ha a che fare col mistero. È solo un potente sistema narrativo a cui certi popoli hanno creduto, inventando varianti culturali meravigliose, ma che per me non sono “vere”. L’animismo però ha moltissimo da insegnare alla cultura occidentale contemporanea, perché in realtà anche l’Occidente è fondamentalmente animista, in quanto a mio modo di vedere l’animismo non è solo un’invenzione culturale ma è un vero e proprio modulo cognitivo come quello preposto al linguaggio o all’orientamento spaziale. Il discorso sarebbe lungo, ma secondo me l’animismo è un modo che ha il nostro cervello di narrativizzare la realtà, attribuendo qualità e azioni personali anche a esseri non-umani, come animali, piante e cose. In questo senso, immaginare un oggetto come “personaggio” di una narrazione, potrebbe mutare parecchio la nostra prospettiva sull’universo inanimato che ci circonda.

Foto di copertina: Edward Burtynsky, Phosphor Tailings Pond #4, Near Lakeland, Florida, USA 2012, © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTERarrow_forward

Developed with love by re-create.it