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Moka e design: al flagship Lavazza, una mostra a cura di Giulio Iacchetti

written by Laura Traldi

Giulio Iacchetti è innamorato delle cose. Basta guardare come le disegna incessantemente, per capirle, e come le colleziona («la qualità degli oggetti viene rilasciata nel tempo»). Ecco perché la sua mostra “Le caffettiere dei Maestri” (al Lavazza Flagship di Milano, fino al 3 novembre) non è solo un catalogo delle moka più significative della storia del design, ma soprattutto una dichiarazione d’amore. Per il design, per le cose che durano, per la storia di un paese che sa fare, e bene.

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Ci sono oggetti che usiamo senza pensarci e che scandiscono la nostra giornata e la vita. Come la moka. Che all’uso funzionale quotidiano aggiunge la ritualità della preparazione di una bevanda – il caffé – che significa così tanto nella nostra esistenza.

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Per questo è giusto, anzi doveroso, che la piccola moka – oggetto senza pretese ma di grande valore antropologico – sia progettato con cura e dedizione. E responsabilità: perché tra le cose che ci circondano, quella di cui non vorremmo sbarazzarci mai e che portiamo spesso con noi (lo sanno tutti gli italiani che vanno all’estero), è proprio lei, la moka.

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È stato Giuseppe Lavazza a chiedere a Giulio Iacchetti di pensare alla storia di questo casalingo nella sua versione “di design”. «Ho accettato con entusiasmo», spiega Iacchetti, «perché la moka è un oggetto che mi ossessiona da sempre: nel suo ruolo funzionale ma anche come affascinante micro-architettura del paesaggio domestico».

isao osoe serafino zani caffettiera

Moka Mach di Isao Hosoe per Serafino Zani, 1993

Per questo è interessante capire quello che ha scoperto sulla moka attraverso il percorso di ricerca che ha portato alla realizzazione di «Le Caffettiere dei Maestri. Quando il design e l’architettura incontrano la moka» (al Lavazza Flagship di Milano fino al 3 novembre). Lui esordisce dicendo che sulla moka lui ha una tesi: «che nella sua storia ci sia un prima e un dopo il 1979».

Giulio Iacchetti, il 1979 è dunque l’anno spartiacque nella storia della moka. Cosa è successo?

«Il 1979 è l’anno in cui architetti e designer iniziano a occuparsi di questo casalingo, prima totalmente ignorato dalla professione. In quell’anno, infatti nasce la Carmencita Lavazza (design Marco Zanuso) e la 9090 di Alessi (design Richard Sapper). È curioso notare come allievo (Sapper) e maestro (Zanuso) si cimentino nello stesso istante a uno stesso progetto. Ottenendo però risultati molto diversi. La moka di Sapper è una delle più innovative mai realizzate: si può aprire e chiudere con una mano, il manico non brucia, è un trasferimento della filosofia progettuale del designer in un oggetto. Quella di Zanuso – che era stata richiesta dalla Lavazza per omaggiare la Carmencita della pubblicità – è invece una interpretazione contemporanea della caffettiera napoletana. Zanuso usa un manico asimmetrico, perpendicolare al fusto e malgrado il prodotto abbia il richiamo estetico di un oggetto “di design”, la citazione è quella della tradizione, con il manico come quello delle curcume del caffé turco».

Dal 1979, però, il numero di architetti e designer che progettato moka aumenta… Come hai fatto a sceglierne solo 24?

«Analizzando una grande quantità di caffettiere firmate mi sono reso conto che potevano essere tutte riportate a due macro-categorie. La prima è quella delle “nostalgiche della Bialetti”. Qui troviamo tante tristi imitazioni (ovviamente non incluse in mostra) ma anche moka autoriali: come quelle di Mario Trimarchi, Isao Hosoe, Aldo Rossi…

ettore sottsass moka

Lazaniezani, moka di Ettore Sottsass per Zani&Zani, 1998

L’altra macrocategoria è quella delle caffettiere-specchio. Le chiamo così perché riflettono lo stile del designer. Quindi Gaetano Pesce crea un oggetto scoppiettante, Piero Lissoni uno minimalista, Michael Graves uno post-moderno».

Le moka come manifesti del modo di fare design di un progettista?

«Lo sono soprattutto per gli architetti anche perché le caffettiere sono come edifici in miniatura. Basti pensare a quella, bellissima, di Michele De Lucchi: la stava disegnando mentre progettava il padiglione Zero per Expo e ci ritroviamo simili stratificazioni. Capostipite del tema è ovviamente Aldo Rossi per il quale architettura e design si intersecano. Rossi ha infatti ideato la Conica con il progetto Tea & Coffee Piazza di Alessi nel 1979 mentre stava progettando il Teatro del Mondo di Venezia per la Biennale.

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E le stesse forme si trovano nelle caffettiere entrate poi in produzione: la Conica nel 1984 e la Cupola, nel 1987 (quest’ultima riprende la cupola del Duomo di Novara. Decisamente le caffettiere – soprattutto queste “specchio” che fanno spesso venire meno il tema della funzionalità che invece era caro a Sapper – sono micro-architetture del paesaggio domestico».

In mostra non ci sono però solo i grandi maestri…

«C’è una terza famiglia di moka, dedicate alla sperimentazione fatta dai giovani designer, anche loro infettati dal virus positivo della passione per la caffettiera. Che è poi la prova che si tratta di un terreno ancora fresco da indagare. Ce n’è una di Laura Caffi per KN Industrie: bella per i suoi rimandi storici e reinterpretazione della tradizione. Poi una di Francesco Fusillo: interessante perché annulla l’esigenza di un manico realizzando un manicotto di legno che riveste tutto il corpo della moka che quindi non scotta al tatto. E voglio anche citare una delle più belle: la moka Collar di Federico Sandri e Daniel Debiasi per Stelton. Che reintroduce il manico della Carmencita su una struttura brunita, mescolando la tradizione napoletana con la purezza nordica».

moka alessi

Ossidiana, moka di Mario Trimarchi per Alessi, 2014

Hai detto che sei un po’ ossessionato dalla moka. Come mai?

«Ho un affetto profondo per le caffettiere da sempre. Prima di diventare designer guardavo con molto interesse morboso la moka Bialetti perché mi sembrava oggetto definitivo. Il caffè è un rito, una presenza costante e vigile, rappresenta passaggio alla maturità. Poi ho anche capito che si tratta di un oggetto trasversale, per ricchi e poveri: perché concede a tutti un momento privilegiato».

Hai mai progettato una moka?

«Ho passato anni a farlo. Uno dei miei primi progetti era per Bialetti, un altro per Alessi. Nessuna però è mai stata accettata per la produzione. Ne ho disegnata poi una per Viceversa qualche anno fa, si chiama Caffeina. Ma non mi pareva il caso di portarla in mostra. Ho messo in produzione caffettiere (una per il caffé americano, una per quello napoletano) sempre per Bialetti. Ma qui il tema era la moka, quindi la preparazione con acqua a pressione tramite un fornello…».

Tanti designer collezionano oggetti. Perché?

«Non solo i designer sono collezionisti. Penso che dietro al desiderio di collezione ci sia l’istinto primordiale di allungare la vita – almeno fino al momento in cui potrai dire di aver terminato. Ma quel momento non esiste perché ogni porta ne apre un’altra quindi accumulare è un approccio escatologico all’esistenza. Poi però c’è un aspetto tecnico e qui entriamo nel mondo del design. Non ci si può rendere conto di quanto bene faccia impugnare un oggetto, studiarlo da vicino, viverlo. Perché la qualità dei progetti viene rilasciata nel tempo. Per questo il possesso è importante, mentre il prestito veloce, così come l’occhiata di sfuggita nel museo, è una mancanza di rispetto verso i progettisti».

3 risposte a “Moka e design: al flagship Lavazza, una mostra a cura di Giulio Iacchetti”

  1. Taro Hosoe ha detto:

    Buonasera,
    Articolo interessante!. La moka di Isao Hosoe si chiama “Mach” e non “Match” dal filosofo e fisico Ernst Mach, da cui la il numero di Mach in aeronautica/fluidodinamica.
    Cordiali saluti
    Taro

  2. Paolo ha detto:

    E invece Giulio dovevi proprio portarla la caffettiera di Viceversa! Perché è la migliore 😉
    P.

  3. paolo ha detto:

    e invece caro Giulio dovevi proprio portarla la caffettiera per Viceversa!
    perchè è la migliore 😉
    P.

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