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Riflessioni (assolutamente personali) sul XXVI Compasso d’Oro

written by Laura Traldi
CATEGORIE Opinioni

Si dice sempre così ma ieri è venuto davvero spontaneo pensarlo: il XXVI Compasso d’Oro è stato speciale.

Non solo perché all’evento, blindatissimo, vigevano il distanziamento sociale e mascherine (ci siamo abituati, purtroppo). O perché per la prima volta il tutto è avvenuto finalmente in una sede “propria”, cioè al Museo dell’Adi (che dopo essere esistito per anni come chimera sta finalmente prendendo forma e sarà a breve a disposizione del pubblico e non vediamo l’ora). Ma soprattutto perché quello che si respirava nell’enorme sala bianca durante l’evento condotto dai bravissimi Giorgio Tartaro e Simona Finessi, era un desiderio sincero di dare un senso vero alla parola design. Fuori dal seminato storico che la parola indica – arredo, cose belle, oggetti firmati – e dentro in quell’accezione più ampia ma per fortuna sempre più diffusa di progetto che porta con sé rilevanza: per l’individuo ma anche per la società.

XXVI Compasso d’Oro: per dare un senso vero alla parola design

Lo si è visto in primis nella lista dei progetti premiati (la trovate qui) e nelle menzioni d’onore, dove tante erano le aziende non “di settore” o comunque non “i soliti noti”.

Lo si è visto anche nel coraggio che la giuria ha avuto di premiare Eutopia di Francisco Gomez Paz. Che non ha tanto valore in quanto oggetto ma come manifestazione reale di un processo ideato per esprimere le potenzialità del design fuori dal contesto produttivo industriale tradizionale.

Non è un caso che il designer argentino – al suo secondo Compasso d’Oro – fosse visibilmente commosso: quella di Eutopia non è infatti un’idea immediata, situata com’è a cavallo tra il design industriale, il mondo dei maker e quello dell’artigianalità spinta. Eppure la giuria l’ha colta.

E lo si è visto quando, a ritirare il premio per Hannes, la mano protesica realizzata dall’IIT di Genova (guarda qui come funziona), sono saliti in sei: un groupage simbolo dell’approccio di co-progettazione che ha sostenuto lo sviluppo di questo arto poliarticolato con controllo mioelettrico che si adatta in modo automatico – calibrando presa e forze – a ogni oggetto che la persona amputata tocca. Ingegneri, sviluppatori e industrial designer tutti insieme, come compete al modo più squisitamente contemporaneo di progettare.

Lo si è visto, infine, nell’attenzione per i progetti in grado di aggregare e promuovere una cultura della mobilità sostenibile e della socialità. Oggetti tech ma progettati per integrarsi perfettamente nel tessuto urbano cittadino (come Enel X Juicepole di Koz Susani per la ricarica delle auto elettriche o e-lounge, la panchina di RePower che permette la seduta di quattro persone, la ricarica contemporanea di sei biciclette elettriche e device, WiFi veloce e luce notturna).

Una giuria, una visione del design

C’era forse da aspettarselo, con una giuria decisamente orientata alla multi-disciplinarità, al mix tecnologia+design, e alla ricerca di un valore aggiunto da dare alle cose. Basti pensare al presidente Denis Santachiara – designer sui generis, paladino del making e ricercatore instancabile di modi diversi di fare, soprattutto in rete e inzieme. E poi ai membri che lo affiancavano. Con un unico industrial designer (Jin Kuramoto) e poi personaggi “adiacenti” al settore ma portatori di visioni ben precise. Come Monsignor Luca Bressan (che nei suoi scritti promuove la “rigenerazione attraverso l’immissione e la contaminazione con nuove esperienze e visioni del mondo”); Virginio Briatore, filosofo del design, da sempre attento alla creatività giovane; e Paivi Tahkokallio, Presidente del Bureau of European Design Associations, paladina del design strategico e sociale.

L’inizio di un nuovo corso?

È giusto vedere questa ricerca di senso e questa apertura a modi diversi di fare design come l’inizio di un nuovo corso? Io credo che la risposta possa essere sì. Penso che davvero il ruolo del design come strumento per creare soluzioni “significanti” sia ormai consolidato, in Italia e nel mondo. E che l’ADI, con le centinaia di suoi esperti che collaborano alla selezione dei prodotti che vengono sottoposti alla Giuria Internazionale, abbia colto questo divenire.

Grandi cose, del resto, ci si aspetta dal Museo dell’ADI Compasso d’Oro, che promette di essere non una teca, un esercizio muscolare per mostrare il bello, ma un vero e proprio racconto del design (lo abbiamo raccontato qui). Un luogo, io spero, dove chi entra digiuno ma curioso di sapere, uscirà diverso, cosciente del fatto che progetto significa mille cose ma sostanzialmente una: fare qualcosa meglio.

(Un solo appunto. Ci sono centinaia di premi di design nel mondo e quello che penso del business che si portano dietro l’ho scritto anni fa su DAMn Magazine, leggi qui. Il Compasso d’Oro, al contrario degli altri, non sforna centinaia di premiati ogni anno ma è una garanzia di una selezione serissima, proprio perché collettiva, corale e sviluppata in un arco temporale importante. È davvero un peccato che un premio così serio e di valore non racconti meglio le motivazioni che hanno portato la giuria a fare le sue scelte. È incredibile che, pur avendo così tante cose da dire e mezzi digitali a propria disposizione, nonché teste pensanti nelle giurie, non esista un’analisi approfondita dei progetti a uso del pubblico. Perché alla fine fare cultura del design è questo: raccontarla e farlo bene perché si crei anche nel pubblico quella voglia di qualcosa di migliore e si pretenda qualità e attenzione al fatto bene in tutto. È, questo, un peccato di comunicazione difficilmente comprensibile in un momento come questo).

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