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Ron Gilad: il design che apre gli occhi

written by Laura Traldi
CATEGORIE Interviste Designer

Ron Gilad usa il design per vedere il mondo con uno sguardo diverso. Quale questo sia, dipende da chi guarda, non da chi progetta…

Una stanza con mobili bianchi immersa nel buio, una luce che si accende all’improvviso portando colori e immagini che danzano sul muro. Il divano, la lampada e la madia diventano blu, gialli, rossi. In un attimo, eccoli rigidi e rigorosi, tutti di marmo, e poi ironici e un po’ vanesi, vestiti di tartan mentre la parete diventa una libreria (su cui danzano i volumi), poi una finestra (dietro cui si rincorrono le nuvole) o lo sfondo di un ritratto leonardesco dallo sguardo enigmatico.

Basta vedere il video – un po’ “apprendista stregone”, un po’ poème électronique – che il designer israeliano Ron Gilad ha creato per Molteni & C al Glass Cube, il nuovo spazio espositivo dell’azienda a Carugo, per capire che quando dice di «non essere capace di creare atmosfere ma solo oggetti» mente. A se stesso, prima di tutto. Caso raro, specie in questi tempi, Ron Gilad pecca infatti di troppa modestia. Quello di Gilad è un design iper minimalista, fatto di “superfici che diventano linee che diventano punti”; eppure è tutt’altro che algido e indifferente. Gli oggetti di questo autore di 41 anni – formatosi negli ambienti socialisti dei kibbutz, poi emigrato a New York e infine oggi con un piede a Tel Aviv e uno a Milano – sono al contrario intriganti anche per l’occhio poco esperto per quanto sfidano le leggi della logica e della natura. I progetti di Ron Gilad possono piacere o no ma di certo non lasciano indifferenti. Il che, in un mondo di noiosi déjà vus, è già di per sé una notizia e una constatazione di cui andar fieri.

Eppure a Gilad i piedistalli e le celebrazioni non piacciono. Anzi, ribadisce: «non invento mai niente ma creo connessioni inaspettate tra le cose».

glass 35 gradi molteni

Glass 35° Molteni

Come spiegheresti il tuo design a un bambino?

«Facendogli vedere cosa faccio. I bambini sono il mio pubblico preferito perché non hanno ancora il preconcetto di come le cose devono essere. Per loro le funzioni non sono supportate da forme iconiche. Se dai loro la possibilità di avvicinarsi a qualcosa di diverso, lo accettano senza problemi. Quando abitavo a New York ho creato dei contenitori fatti di linee che si intersecavano nello spazio. Quello che mi interessa fare, infatti, è esplorare la quotidianità in un modo non necessariamente logico e mantenendo sempre uno sguardo puro sul mondo, proprio come quello di un bambino. Un’amica ha comprato questo “contenitore” e lo ha messo in salotto. Quando sua figlia di 2 anni le ha chiesto cos’era ha risposto: è un portafrutta. Ecco, per me questo è bellissimo perché quella bambina ora crescerà pensando che un portafrutta può anche non aver l’aspetto che tutti gli altri di immaginano ma uno diverso, eppure servire e piacere lo stesso».

Vuoi quindi dire che il tuo design ha un ruolo educativo?

«Non vorrei mai avere una tale responsabilità. Di sicuro con il mio lavoro non voglio fornire risposte ma offrire un ventaglio più ampio di idee. Io disegno il palcoscenico ma non dirò mai a nessuno come danzare. Quella parte è il loro compito».

Parli come un artista. Bob Wilson, qualche tempo fa, mi ha detto cose molto simili. Eppure tu lavori anche per tante aziende. Come riesci a coniugare questa visione con quella più prosaica di un industria che deve vendere pezzi?

«Quando lavoro per un’azienda metto da parte l’egoismo, il mio desiderio di occupare la mente per creare oggetti e situazioni che aprano gli occhi agli altri. E cerco di cogliere il DNA dell’azienda, che vuol dire anche delle persone che ci lavorano, per portare loro rispetto. Ma questo non vuol dire rinunciare al mio linguaggio. Quando avevo 28 anni ho lasciato Tel Aviv per New York e ho creato un laboratorio con un partner. Il nostro business, da un punto di vista commerciale, è stato un disastro. Però in quegli anni sono riuscito a costruire un mio alfabeto che comunicavo al mondo con oggetti veri. Da quel momento, era chiaro a tutti (a me in primis) che quello ero io e quello era il mio mondo. E chi decide di lavorare con me sa che è quello che mi porto dentro».

 

Grado °, Molteni

Grado °, Molteni

Come descriveresti questo “mondo che ti porti dentro”?

«È uno in cui tutto è ridotto al minimo, in cui una superficie diventa una linea e poi un punto. In cui ironia e assurdo diventano gli ingredienti per reinterpretare quello che appare come logico. In cui il lavoro costa fatica perché il solo attimo di felicità vero è quello del primo schizzo, quando l’idea ti cattura; mentre tutto il resto è un compromesso con la realtà sicuramente meno affascinante».

In che termini il Glass Cube è allo stesso tempo Molteni e Ron Gilad?

«È Molteni perché tutti gli oggetti che lo abitano sono stati progettati da designer per l’azienda. È Ron Gilad perché il Glass Cube è una galleria di oggetti individuali e non uno showroom che propone un lifestyle. Ho usato citazioni artistiche. Ci sono mensole illuminate da neon ispirate a Donald Judd, gigantografie di cartelle colori che ricordano Claes Oldenburg, arredi tagliati a metà come la famosa mucca di Damian Hirst. Ma mentre Hirst voleva essere provocatorio, io voglio spiegarne l’anatomia. Fuori di metafora vuole dire che l’installazione vuole permettere al visitatore di guardare gli oggetti Molteni da un altro punto di vista: dentro, sotto, di lato. E vuole anche un po’ dire a Molteni che far parlare gli oggetti, da soli, a volte è meglio che cercare per forza il coro».

C’è ancora qualcosa da inventare nel design?

«Intorno a me non vedo rivoluzioni ma evoluzioni. Io stesso non mi considero certo un rivoluzionario. Non ho mai inventato niente, quello che faccio è stimolare nuove connessioni tra le cose: da questi corto circuiti a volte nasce la magia».

Il che è un po’ come dire che non c’è più niente da inventare davvero…

«Non mi va di dire che il design di oggi mi annoia, non sarebbe corretto. Ma, certo, non vedo in giro oggetti sorprendenti come Allunaggio dei fratelli Castiglioni per Zanotta… Una sedia da giardino che deve la sua forma assurda non a un esercizio di stile ma alla volontà di asservire una funzione pratica e rispettosa: non schiacciare l’erba. Questo per me è geniale. Mentre vedere del plexiglass che riprende le increspature dell’acqua o altri virtuosismi alla Zaha Hadid non mi entusiasma: sono cose impressionanti dal punto di vista tecnico ma francamente inutili e anche un po’ decadenti».

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