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Salone sì, Salone no. Riflessioni (assolutamente personali) dopo le dimissioni di Claudio Luti

written by Laura Traldi
CATEGORIE Opinioni

Avremo un Salone del Mobile 2021 a settembre, seguito poi da un Salone del Mobile 2022 ad aprile, oppure no? La domanda, che in tanti non hanno smesso di porsi fin dall’annuncio delle date del 5 al 10 settembre, è diventata di più pressante attualità a seguito delle dimissioni di Claudio Luti da Presidente del Salone del Mobile per una manifesta “volontà da parte delle aziende di rinunciare a partecipare al Salone di settembre”.

La questione Salone sì, Salone no, mi ha spesso fatto pensare al rasoio di Occam, quel principio che spinge, quando sul tavolo ci sono più ipotesi che portano alla risoluzione di un problema, a scegliere quella più semplice e lineare. Può sembrare un’idea banalissima, se non fosse che frate Guglielmo d’Occam se l’è inventata nel Duecento, quando complicare i pensieri, aprendo infinite varianti e inseguendole, era all’ordine del giorno.

Cosa c’entra tutto questo con il Salone del Mobile 2021? Niente ma anche tutto.

Perché in questa querelle – si fa/non si fa, settembre o aprile, dentro /fuori – tutto si è complicato per la presenza di un numero sempre crescente di varianti, non solo quelle del Covid. E l’unica scelta semplice e lineare sembra essere ora l’abbandono.

Protestano gli albergatori, i tassisti, i ristoratori milanesi. E hanno ragione: affossare il Salone in un momento come questo vuol dire affossare anche loro (e non solo). Ma i “cattivi” non sono le aziende che si rifiutano di sottoscrivere una fiera che costerebbe una fortuna e non può, per ovvi motivi legati alla pandemia, garantire le presenze internazionali su cui poteva contare in passato. Per di più con un’altra edizione programmata per qualche mese dopo. Chi sono, allora?

Il silenzio, sempre

Cattiva è stata la decisione di arroccarsi in un silenzio che, con il tempo, è diventato assordante. Di non spiegare in dettaglio le problematiche, condividere strategie e raccogliere punti di vista corali su come riprendere, raccontare chi e come stava progettando la ripartenza. Anche dire: “non sappiamo come fare ma ci stiamo muovendo” sarebbe stato meglio del silenzio. Perché non produrre notizie vuol dire far proliferare i rumors, poi seguiti da smentite e smentite delle smentite. E così l’autorevolezza di un’istituzione si perde per strada, lasciando ampio spazio di movimento ad altri.

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Chiedere certezze all’esterno, quando i problemi sono all’interno

La mossa di chiedere “certezze” al Governo sulla ripresa delle fiere ha stupito. Non solo perché nessuno può chiaramente offrirle (siamo tutti ostaggio delle farmaceutiche e di vaccini dei quali, necessariamente, scopriamo cose poco a poco, arrancando nel buio). Ma soprattutto perché anche quando queste certezze arrivano (con la data prefissata dal Governo per la riapertura delle fiere) è evidente che non sono sufficienti per garantire quel ritorno alla normalità di cui una manifestazione internazionale come il Salone del Mobile ha bisogno per funzionare, non avendo progettato in questo anno un piano B.

Sentirsi too big to fail

Il piano B che manca è il punto più dolente. Il Salone del Mobile è la fiera dell’arredo più importante al mondo e, siamo tutti d’accordo, niente la può né la deve sostituire. Ma quando il mondo cambia bisogna cambiare con lui per non diventare irrilevanti. Quando, dopo i primi momenti di smarrimento, è stato chiaro che in mancanza di una fiera le aziende avrebbero comunque dovuto raccontarsi al mondo, il Salone avrebbe potuto proporre la sua alternativa invece di aspettare il “ritorno alla normalità” e continuare con la formula di sempre.

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Aveva tutte le carte in regola per farlo: la fiducia delle imprese, i fondi per agire, un enorme database di contatti globali profilati. Durante la prima pandemia c’era anche il desiderio (all’epoca tangibile, ricordate i canti sui balconi?) di combattere tutti insieme quel mostro che è la pandemia. Non attingere da quel patrimomio di volontà collettiva ha invece lasciato ad altri il tempo di inventare qualcosa di nuovo: alla città, alle riviste, ai siti internazionali ma soprattutto alle imprese. Che ora, davanti alle ancora enormi incertezze, giustamente mettono sul piatto delle bilancia costi (certi) e benefici (incerti). E in tanti, così ci dice il Salone stesso, dicono no a un’edizione a settembre quando il “ritorno alla normalità” sarà lontano dall’essere reale, soprattutto a livello internazionale.

La paura del digitale

Quale avrebbe potuto essere questo piano B? Necessariamente uno digitale. Di cui però si ha una paura quasi atavica in certi ambienti, come se potesse essere un’alternativa impoverita all’evento fisico invece di un suo arricchimento.

Questa paura è decisamente cattiva consigliera. Perché quando si lavora con aziende che hanno grossi budget e seguito sui social, accesso un patrimonio di creatività quasi infinito e una forte necessità di comunicarsi senza aspettare che il mondo torni quello di prima, è chiaro che esse riusciranno a inventare una sovrastruttura di comunicazione che permetta loro di interfacciarsi con dealer e consumatori in modo semplice ed efficace. Soprattutto se parliamo dei famosi Big, quelli che di fatto sono l’osso duro del Salone, quelli che ne fanno il bello e il cattivo tempo. Progettare una versione virtuale del Salone, che facilitasse i contatti con i dealer internazionali e che non avrebbe mai preso il posto quella fisica ma le si sarebbe affiancata, sarebbe stato un segnale forte della capacità da parte dell’istituzione di fare sistema. Un Salone digitale con l’autorità che solo il marchio Salone del Mobile ha, che avrebbe anche permesso di rispondere in modo chiaro all’emergenza e di ampliare il pubblico della fiera, in grado di generare contatti, business e relazioni anche quando finalmente la pandemia sarà un ricordo. Un Salone digitale di cui avrebbero potuto beneficiare anche le piccole imprese, quelle che – al contrario dei Big – non hanno avuto i mezzi per trasformarsi durante questo anno di pandemia.

Tutto questo con la speranza che il Salone torni, più forte che mai, a essere quella presenza costante che iniziava l’anno del design. A questo punto, probabilmente, ad aprile 2022.

 

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