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Studiare design: tre prof a confronto

written by Elisa Massoni

Quando ci si domanda come e dove studiare design, la domanda da porsi riguarda soprattutto come lo si insegna. Ne abbiamo parlato con con tre docenti di discipline progettuali: Stefano Maffei, Riccardo Blumer e Sara Ricciardi

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Quando si pensa a studiare design la prima domanda che viene in mente è dove, cioè in quale scuola. Ci sono infatti illustri esempi di professionisti auto-didatti ma un percorso di studi è ormai irrinunciabile perché il talento,  infatti, non basta, come ha recentemente scritto Stefano Cardini. Per diventare designer servono esperienze sul campo, competenze culturali e abilità tecniche. Ma soprattutto serve studiare design con dei bravi insegnanti.

La domanda da porsi quindi non è tanto dove studiare design ma come lo si insegna

Leggi anche: A cosa serve oggi studiare design?

Tre modi diversi di far studiare il design

Abbiamo chiesto a tre docenti di design, provenienti da tre scuole diverse, come e cosa insegnano. Ed è chiaro che, quando si parla di design, anche l’insegnamento va progettato. È un percorso che mostra il valore del capire le cose mentre le si fanno, una pedagogia dell’esperienza e dell’errore che fa leva sulle qualità innate degli esseri umani. Perché in effetti designer si nasce, ma lo si capisce facendolo.

Studiare design per progettare la complessità: ragionando per temi e non per discipline

Stefano Maffei, direttore del master in Service Design del Poli.design di Milano.

Il ruolo designer oggi è affrontare sfide complesse, non progettare sedie. La Comunità Europea ha coniato il termine New Bauhaus per circoscrivere le competenze utili ad affrontare i temi contemporanei. New Bauhaus implica la progettazione multidisciplinare e il design collaborativo. E il ragionare per sfide e non per singoli progetti. Le nuove città, il climate change, il design dell’inclusione e della cura: sono temi complessi, che non rientrano nelle categorie novecentesche della specializzazione.

Le università e le scuole di design sono in questo momento in bilico fra continuare a suddividere le specializzazioni in modo netto e integrare competenze apparentemente lontane dal mondo del progetto.

Per formare i designer contemporanei dobbiamo imparare a insegnare ragionando per temi e non per discipline. E integrare nei percorsi di studio materie come antropologia, sociologia, analisi economica. Non è fondamentale, per esempio, che un designer dei servizi abbia anche competenze di interaction e social design?

I temi importanti oggi sono diversi, urgenti e complessi. Eppure esiste ancora un abaco culturale che colloca il design sempre nelle stesse aree di competenza. Mentre questa professione, anche dal punto di vista economico, riguarda l’ampiezza e non la specializzazione”.

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Il Poli.design di Milano

Studiare design per progettare relazioni: il progetto e il corpo

Riccardo Blumer, direttore di USI Accademia di architettura di Mendrisio

“Il mestiere dell’architetto ha una veste pubblica che sarebbe strano non integrare nella didattica. Per insegnare ai ragazzi a misurare lo spazio, partendo dalla propria forma fisica, ho cominciato a portarli all’aperto. Il risultato è qualcosa di simile a uno spettacolo, quasi un circo,  dove si sperimentano forze trasversali in spazi ridotti.

Da architetto, sono sempre stato affascinato dalle grandi processioni, dai concerti, da tutti quegli eventi in cui esiste un progetto dinamico e collettivo. Sono i luoghi in cui si mette in scena la città, si dà senso a un luogo urbano organizzato che diventa la scenografia di uno spettacolo teatrale. Lì si progetta tenendo conto della densità e della presenza geografica. E si capisce  cosa significa fisicamente stare in un posto, in prossimità, nel flusso della relazione con gli altri corpi.

È così che con gli studenti ho cominciato a lavorare su tutto quello che il corpo mette a disposizione: voce, leve, forze, dinamiche. Ho inventato la processione degli architetti per passare delle nozioni di statica e costruzione compositiva. Il movimento serve a mimare l’infografica e i flussi: sincronie, suoni, colori. È un esercizio tecnico e coordinativo, in uno spazio urbano. C’è tutta l’architettura in questa specie di evento teatrale.

Mi hanno definito un animatore e non mi dispiace. Imparare ha che fare con il teatro e l’istrionismo. Ma è un gioco che deve essere anche molto serio, per non diventare inutile.

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Una performance degli studenti dell’Atelier Blumer

Studiare design allenando i muscoli della creatività

Sara Ricciardi, docente di Social Design, NABA Milano

I ragazzi hanno bisogno di sperimentare un riscontro dei loro umori, dello stato d’animo, della loro chimica interiore. Durante questo ultimo anno ho capito che vivono molto male la casa in condivisione con la famiglia, gli spazi risicati con un passato ingombrante. Come se il digitale fosse una situazione castrante. Invece a mio parere ha delle potenzialità pazzesche. Dal digitale io sto facendo accordi, discussioni indomite, politiche, sociali. Il fatto di poter entrare a gamba tesa nella vita di altre persone in un momento condiviso fa formulare pensieri che vanno persi nella socialità ordinaria.

La creatività è un muscolo che va allenato quotidianamente. Dobbiamo mettere in discussione lo stato, lo stare. I progettisti sono individui che formulano costanti modalità di emergenza e di criticità. Non puoi formulare desiderio, quindi progetto, se non sei critico. Dotarsi di strumenti di critici è la modalità cardine del progettista per creare plusvalore nel progetto. A livello pedagogico devi stare nella criticità, nella confusione. Amo il fatto che loro possano ballare il tango del caos anche se è una cosa che li spaventa moltissimo. Li faccio perdere in esercizi di psicogeografia continua. Chiedo di disegnare le istruzioni per piangere per entrare nelle viscere del progetto. Per insegnare bisogna condividere i criteri con le esperienze personali, è così che accade lo straordinario. Ma sono strumenti che poi vanno governati e addomesticati e questo è il ruolo di chi insegna.

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Il campus NABA a Milano

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