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Sei motivi per dire che Tante Care Cose di Chiara Alessi è un libro da leggere

written by Laura Traldi
CATEGORIE Opinioni

Per leggere Tante Care Cose di Chiara Alessi (Longanesi) mi è bastata una sera sul divano e un risveglio all’alba. Una volta iniziato, infatti, questo volumetto di Longanesi che racconta la storia degli oggetti, è molto difficile mettere giù. E, sono convinta, non solo per chi ama il design.

Ci sono tanti motivi per dire che Tante Care Cose di Chiara Alessi (Longanesi) è un libro che vale davvero la pena leggere: per chi ama il design, ovviamente, ma anche e soprattutto per chi è curioso e interessato nei confronti di tutto quello che ci accompagna in questo carosello che si chiama vita.

È un libro di design non palloso

Il primo motivo per apprezzare Tante Care Cose è che è qualcosa che non c’era: un libro sul design mai palloso, che non cade nemmeno per una pagina nell’ammaestramento didascalico o nel terribile errore di far sentire noi, i lettori, un pochino ignoranti o non all’altezza. Ce ne sono di belli, sicuramente, ma nessuno pensato veramente per parlare a tutti come questo: che dice cose introvabili da altre parte, mai stupide ma spesso divertenti, perfette per rimanerci nel cuore. In Tante Care Cose, Chiara Alessi scrive come se stesse spiegando il design a un bambino intelligente e curioso, avido di storie avvincenti raccontate con lievità.

È un libro di carta ma riscatta anche il digitale

Tante Care Cose è anche un capovolgimento di prospettive: un format nato per il digitale ma trasformato in un libro. Tante Care Cose è infatti la versione analogica di Design In Pigiama, la serie di video-clip di 2 minuti e 20 ciascuno che Chiara Alessi ha creato e pubblicato su Twitter per 90 giorni durante la quarantena. Seguitissima e apprezzatissima. In questo senso la trasposizione di Design In Pigiama in un libro non tanto da leggersi come una rivincita della cara e bella carta quanto un riconoscimento del mondo online come di uno spazio dove possono nascere cose belle, nuove e di spessore. Come dire che velocità e immediatezza non sono nemiche di approfondimento e cultura ma, al contrario, un’arma in più per veicolarli. Ecco quindi un grande messaggio: chi è stupido e superficiale sul web lo fa per scelta e non perché costretto dal mezzo. E un altro: il modo in cui si parla in un video fatto bene funziona anche, benissimo, sulla carta. Dei clip, infatti, Tante Care Cose non riprende solo i contenuti ma anche il tono di voce: quello di una persona che chiacchiera con un pubblico di non esperti, alternando impressioni a emozioni, fatti a leggende, informazioni a dicerie e gossip. Perfetto per l’online perché è perfetto anche per la vita. Meravigliosamente autentico.

È un libro che toglie il design dal piedistallo

In Tante Care Cose il designer è uno come noi. Un individuo a cui capitano cose che fanno arrabbiare: “hanno scelto il più brutto per non attrarre i vandali”, dice il figlio di Rodolfo Bonetto parlando del telefono pubblico arancione Rotor disegnato dal padre per la Sip. Il designer ci tiene al portafoglio – ha il braccino corto – ma lo dice con grazia (“sono specialmente le donne a passare molto tempo al telefono. E il telefono costa. Achille Castiglioni si inventa un modo elegantemente sadico per prendersi gioco di loro e inibirne le chiacchiere”, si legge dello sgabello Sella di Zanotta (1957). I designer di cui parla Chiara Alessi sono anche spesso dei non designer: sono imprenditori (come Giancarlo Zanatta che creò i MoonBoot), operai (come Alessandro Quercetti, che iniziò a produrre i celebri funghetti di plastica nella fabbrica da cui era stato licenziato), meccanici e periti industriali (come Aldo e Luigi Bassani, inventori della placca elettrica poi disegnata da Giuseppe Zecca e fondatori di BTicino), persino alpinisti (come Vitale Bramani che inventò il carrarmato delle nostre scarpe e creò poi Vibram). In Tante Care Cose, i designer – anche famosi –  a volte falliscono. Come Giorgetto Giugiaro, star del car design ma a cui va malissimo con la pasta (le sue Marille per Barilla, la cui “forma è più adatta a un reparto ferramenta che a uno scaffale della dispensa”, sono impossibili da cuocere in modo omogeneo). O Michele De Lucchi, che disegnò con Achille Castiglioni il traliccio dell’Enel, vincendo il concorso per l’assegnazione ma che poi fu scalzato nella pratica dal più tradizionale progetto di Norman Foster (quello che vedete da tutte le autostrade). E talvolta fanno cose grandi ma se ne vergognano (come l’artista Luigi Broggini, autore del logo di ENI, che prega Giuseppe Guzzi di fargli da prestanome)…

Un libro da cui si capisce che l’invenzione è ovunque, basta sapere osservare

Se in Tante Care Cose il designer è uno di noi, anche il design, il guizzo geniale che porta al progetto, è spesso figlio del caso. Così, nel libro di Chiara Alessi, si impara che il Bacio Perugina è nato dalla necessità di mettere insieme la granaglia di cioccolato e nocciole di scarto da altre produzioni (se lo sono inventato nel 1922 Luisa Spagnoli, quella dei vestiti, e Giovanni Buitoni, quello della pasta, che all’epoca erano colleghi e avevano pure un filarino). Che il Tratto Pen deve la sua dentellatura zigrinata (geniale, evita di far sì che rotoli via) a un imprevisto nel processo di estrusione del tappo. E che il processo della moka è venuto in mente al bisonno di Chiara, Alfonso Bialetti, osservando la moglie che fa il bucato con la lisciveuse (un catino di acqua bollente sul quale viene posto un filtro contenente cenere, di cui l’acqua si impregna prima di ricadere sui panni). Viene spontaneo chiedersi quante invenzioni ci stiamo perdendo per strada in questo presente in cui vivere nel qui e ora, distratti come siamo dal mondo virtuale a portata di dito …

È un libro che racconta l’Italia come paese del design, senza mai dirlo

Non ne potete più di sentire glorificare il Made in Italy? Pure io. È incredibile quanto diventi detestabile e stucchevole un’espressione giustamente nata per salvaguardare il patrimonio di un paese quando la si priva del suo scheletro culturale. A ridarglielo ci ha pensato Chiara Alessi che in Tante Care Cose spiega quanto siamo (stati) bravi a riempire il mondo di invenzioni e di cose belle e utili senza elogi né agiografie, rimanendo sui fatti e usando il tono del racconto amichevole sussurrato e carico, quando serve di ironia. Già, perché spesso ci è andata male per poco: basti pensare a Meucci che inventò il telefono nel 1871 ma poteva permettersi solo un brevetto temporaneo (quindi alla fine la palma dell’inventore a livello globale se l’è aggiudicata Bell). Altre volte abbiamo disegnato qualcosa di così universale da diventare quasi un design senza nome (vedi l’interruttore rompitratta di Achille e Pier Giacomo Castiglioni per VLM). E spesso, il mondo si dimentica che prima della California quelli che davano forme nuove alla tecnologia eravamo noi (dalla prima radio che non è un mobile ma un oggetto con una sua dignità (la 547 di Luigi Caccia Dominioni, e Livio e Pier Giacomo Castiglioni del 1940) al primo telefono portatile a scatto, il Grillo di Sapper e Zanuso del 1967 e via dicendo.

È un libro da cui si impara la storia

Da Tante Care Cose si imparano tantissime cose sulla storia ma non come sui libri di storia. Qui si scoprono cose curiose, che è facile ricordare perché parte della vita vera di tutti i giorni.

Da Tante Care Cose si esce diversi da come si è entrati, come dovrebbe accadere in un museo o andando a una mostra quando sono fatti bene. E questa constatazione mi ha riportato alla mente la descrizione che Chiara Alessi, su Gli Stati Generali, fece del Museo del Design della Triennale: “necropoli transennata”, con “piedistalli di oggetti che sembrano arrivare dal niente e finire nel niente”. Il suo libro, così come il suo Design In Pigiama, sono il suo museo, il museo del design che Chiara Alessi farebbe se qualcuno glielo affidasse. Quello che lei, forse non a caso, cita nell’introduzione del libro: un museo-casa (opposto alla casa-museo) fatto di “cose tirate giù dai piedistalli per muoversi nel tempo”. Tra di noi e con noi. Con leggerezza ma tanta sostanza, come tutto quello che fa battere il cuore e dura per sempre.

PS: straordinariamente, ci sono anche pochissime sedie…

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