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Come si progetta per una tech company? In conversazione con Rod White di Philips TV Sound & Vision

written by Laura Traldi

Chi se lo aspettava? Per progettare televisori serve non solo saper progettare ma anche capire le scienze sociali ed essere intimamente curiosi. Lo dice Rod White, Chief Design Officer di Philips TV & Sound, con cui ho avuto il piacere di conversare davanti agli studenti dell’Istituto Marangoni.

Un televisore campeggia al centro delle case di mezzo mondo. Ovunque è metafora di calore famigliare, di casa, di intimità condivisa. È quasi incredibile che uno strumento tecnologico, ampiamente demonizzato e criticato, sia intriso di tanti significati simbolici. Un’icona emotiva che forse compete più alla psicologia sistemica che a discipline progettuali o tecniche.

Ma non c’è nulla da fare: il televisore è il focolare domestico delle famiglie strutturate. E non smetterà di esserlo ancora per qualche tempo. È quello che sostiene Rod White in una talk organizzata insieme all’Istituto Marangoni per i propri studenti di design. L’ultima in ordine di tempo, dopo una programmazione che ha cadenzato questo strano anno accademico, in cui offrire ispirazione e stimoli agli studenti è stato fondamentale per mantenere viva la loro attenzione e continuare a fare formazione, seppur a distanza.

Un design europeo, diverso da quello “globale”

Mi ha fatto immensamente piacere essere coinvolta in questo progetto, visto che il mio primo incontro con il design l’ho fatto proprio in Philips Design, ad Eindhoven, dove ho lavorato per anni con Stefano Marzano. È quindi un’azienda di cui non solo conosco le origini progettuali ma anche apprezzo l’approccio. Che è radicalmente europeo, human centered e legato alle eccellenze continentali.

Rod White

Rod White

Rod White è un designer da ascoltare con molta attenzione. La sua storia professionale l’ha collocato fin da giovanissimo in ruoli strategici per il progetto di prodotti ad ampissima diffusione. Quelli, per intenderci, che impattano sulla vita quotidiana, intorno ai quali si costruiscono ambienti e si progettano le parti più intime di una casa e dei riti famigliari. Dopo aver esordito in Giappone da Toshiba, è approdato al design team di Philips nel 1996 e oggi è responsabile della direzione creativa e strategica di TP Vision, key player di elettronica di consumo che produce e distribuisce i televisori e i prodotti sound di Philips.

Il suo lavoro si inserisce nel solco di una filosofia progettuale legata a una visione radicalmente europea, pensata da Stefano Marzano negli anni Novanta. Quella che negli ultimi decenni ha definito l’identità estetica dei prodotti Philips grazie a un approccio intriso di soft skills e a una visione programmatica del design. Un codice estetico focalizzato sulla persona e su asset primari: semplicità, una facile lettura delle funzioni, sintesi formale, intelligenza della struttura compositiva, come spiega White in un’intervista. Il televisore non è solo strumento, ma è oggetto di arredo imbevuto dei significati emotivi e simbolici che solo un feticcio famigliare può avere.

Le soft skill dell’elettronica: inaspettate ma ormai radicate nella società contemporanea

“Abbiamo pensato per qualche tempo che gli schermi dei lap top e dei computer avrebbero sostituito le funzioni della televisione” commenta Rod White. “Non è stato così, proprio per le funzioni umane che continua ad avere”. L’oggetto TV è un produttore di intimità affettive in un’epoca di parcellizzazione e disseminazione dei contenuti. “Vent’anni fa essere design oriented per un’azienda era un’eccezione, oggi è del tutto normale. Penso quindi che per Philips TV Sound & Vision sia importante lavorare sull’unicità di un’attitudine che dà significati innovativi al prodotto, cercando analogie con altri mondi produttivi”. Questo si fa partendo dalla rilettura di un dato sociale, entrando profondamente nella dimensione umana del progetto. “Cambiare livello di analisi, uscire dalla confort zone per sperimentare nuove alleanze, per introdurre l’idea dell’eccellenza manifatturiera e dell’hand made ha spinto a collaborazioni inaspettate”. Georg Jensen, Kvadrat, Bowers & Wilkins sono marchi europei molto distanti dal mondo del tech, che hanno aggiunto una nuova dimensione all’elettronica.

Il televisore come oggetto di arredamento? “Non esattamente: elettronica e furniture sono mondi paralleli, ma con un ciclo di vita troppo diverso”.

Quello che invece ha senso dal punto di vista progettuale è dare calore al tema della tecnologia ibridando l’oggetto, spostando l’attenzione sui dettagli. Un tessuto d’arredamento ad alta performance acustica trasforma la percezione di un altoparlante. Un piede in acciaio spazzolato coprodotto con Georg Jensen è un dettaglio minuscolo che colloca uno strumento hi tech in uno spazio mentale ed emotivo completamente nuovo. Come anche Ambilight, un’esclusiva del marchio, che regala un’esperienza unica nel salotto di casa grazie ai LED intelligenti che proiettano i colori dello schermo sulle pareti e nella stanza in tempo reale.

Il Design Europeo, insieme alla manifattura eccellente, è uno dei pilastri di Philips TV & Sound, riconosciuto anche da prestigiosi premi internazionali come Red Dot Awards e iF Award, quest’ultimo ha di recente premiato il nuovo TV hi-end OLED855 e le cuffie Fidelio X3. Una progettualità che rivela un’attenzione speciale verso la qualità premium dei materiali, come i metalli, i tessuti bespoke e la pelle più pregiata e verso un’esperienza di utilizzo della tecnologia totalmente coinvolgente e appagante. E’ lo stesso Rod White a spiegare la filosofia del design europeo di Philips TV & Sound in un video.

“Il processo progettuale è collettivo, orientato all’analisi di trend sociali e non stilistici, filtrati dall’esperienza e dalla consapevolezza del designer” spiega Rod White. “A questo serve il lavoro in team, che si traduce in ore di disegno, di schizzi, di confronto e discussione. Cerco un’idea forte, solo dopo passo alla modellazione 3D”.

Il design? Un processo che ha poco a che fare con il gesto creativo

Le competenze relazionali, il team working, la curiosità e una sorta di innocente entusiasmo sono le qualità di un buon designer, secondo White. Qualità che si associano a un preciso progetto di ricerca personale se invece si sceglie di aprire uno studio indipendente. “Lavoro da sempre in grandi industrie perché mi piacciono gli orizzonti ampi, le culture diverse, i viaggi. Ma fondamentalmente quello che conta è essere felici e amare il proprio lavoro. Perché il design può essere il mestiere più bello del mondo sette giorni su sette”. È d’accordo anche Massimo Zanatta, direttore della scuola di design dell’Istituto Marangoni: “In generale, una scuola che insegna a sviluppare la propria creatività e la propria passione, è sicuramente un luogo magico”. E ha dovuto esserlo ancor di più in questi mesi di lockdown: “abbiamo intensificato la programmazione delle talk e avuto ospiti internazionali: Patricia Urquiola, Marcel Wanders, Tom Dixon, Humberto Campana si sono collegati dalle loro case e dai loro studi.

Diventare designer felici secondo Marangoni

Gli studenti stanno apprezzando molto questi momenti, dimostrando tra l’altro una interazione e un desiderio di dialogo con l’ospite che erano generalmente molto più rari in presenza”. E continua con una riflessione sull’importanza di una relazione intensa anche con le aziende: “I percorsi didattici prevedono, esperienze a contatto con brand del settore design per lo sviluppo di collaborazioni proficue sia per gli studenti, sia per i marchi che rimangono spesso stupiti dalla loro vivacità creativa”. Il ruolo delle scuole di progetto è anche di contribuire a nutrire il dibattito culturale attorno al design: “La School of Design, anche prima dell’emergenza Covid-19, ha sempre creduto molto nel valore del confronto con professionisti e designer” spiega Zanatta.

Massimo Zanatta

 

“Le IM Design Talks erano infatti appuntamenti settimanali, aperti alla città, che offrivano ai nostri studenti e al pubblico interessato l’opportunità di ascoltare l’esperienza e il punto di vista dei diversi ospiti di rilievo che negli anni si sono succeduti”. Quindi il lockdown è diventato un’occasione per dare ulteriore respiro allo scambio fra studenti e professionisti. Il racconto dell’esperienza reale, della nascita di un prodotto importante o di un’innovazione tipologica, è un momento formativo fondamentale della School of Design. “Istituto Marangoni, in particolare, può permettersi di accompagnare nel percorso didattico in maniera attenta ogni singolo talento, lavorando molto anche nello sviluppo di quelle soft skills fondamentali oggi, quali capacità comunicative, di collaborazione, mindset internazionale, che permettono di affrontare il mondo della professione con sicurezza e raggiungere i risultati sperati” conclude Massimo Zanatta.

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