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Theo Jansen: «Le mie bestie da spiaggia che piacciono alla Nasa»

written by Laura Traldi

Eccentrico. Ma anche geniale: tant’è che la Nasa lo ha chiamato per insegnare ai suoi ingegneri come costruire mezzi di trasporto per muoversi su Venere. Una chiacchierata con Theo Jansen, l’artista olandese (al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano fino al 18 maggio) che popola le spiagge di bestioni fatti di tubi che si spostano con il vento. Ed è convinto che siano stati loro a chiederglierlo.

Theo Jansen  READ THIS ARTICLE IN ENGLISH

Questo articolo è stato pubblicato su D la Repubblica (6-4-19)

Hanno qualcosa di leonardesco le Strandbeest, le strane creature che l’artista 71enne olandese Theo Jansen costruisce usando tubi di plastica, filo di nylon e nastro adesivo e che il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano presenta, fino al 19 maggio, nella mostra “Dream Beasts”. Perché queste “bestie da spiaggia”, in grado di correre sulle dune spinte dalla sola forza del vento, sono avanguardiste e primordiali allo stesso tempo. Un po’ ingegneristiche e un po’ figlie d’arte. Parte genio e parte follia visionaria.

Perché a chi mai verrebbe in mente di assemblare un’enorme quantità di tubi («quelli che in Italia sono grigi e si usano per coprire i fili elettrici, da piccoli li usavate forse come cerbottane», dice Jansen) per realizzare creature che passeggiano da sole sulla sabbia? E di perfezionarne il meccanismo fino al punto di parlare di “evoluzione della specie”, con tanto di elica di DNA progettata a tavolino (grazie a un algoritmo), albero genealogico, e nomenclatura in latino?

Nato per le sue Strandbeest

«A volte penso che le Strandbeest esistano dalla notte dei tempi e stessero solo aspettando di approdare nella testa di qualcuno e convincerlo ad abbandonare tutto per dedicarsi solo a loro. E quel qualcuno sono io», dice Jansen. Ha un sorriso sornione quando lo dice ma si capisce che è tutto vero, che non scherza, che lui sente di essere nato per questo.

 

Alle sue bestie, in effetti, Jansen ha dedicato una vita. Anche se prima di arrivarci (dopo una serissima laurea in Fisica all’Università di Delft) si è cimentato in altre avventure: tra cui un disco volante alimentato a elio, che ha scatenato il terrore quando ha sorvolato Delft e Parigi nel 1980, e un dispositivo di pittura automatica su muro perfetto per i graffittari, che entrava in funzione in assenza di luce, grazie a dei sensori ottici.

Neologismi latini

La prima “bestia” è nata nel 1990. Si chiamava Animaris Vulgaris (il primo termine è un neologismo latino inventato da Jansen mescolando animal e maris, animale e mare) e non era in grado di muoversi. «Era un gigantesco essere spiaggiato tra le dune di sabbia», spiega Jansen, già allora ossessionato dall’idea di far muovere la sua creatura senza alcuna strumentazione elettronica e sfruttando solo la forza del vento.

Tra algoritmi e dna

«Procedevo a tentativi, vittima dei tubi. E le prime bestie riuscivano a spostarsi solo “strisciando”, le gambe avevano una struttura troppo complessa, erano pesantissime», continua l’artista. Ma «una notte, nel 1991, ho avuto una visione. Avrei studiato tutte le possibili configurazioni dei rapporti tra gli 11 segmenti dell’arto per arrivare alla soluzione ottimale e assicurare il movimento in presenza di una superficie “velica” minima. Sapevo di non poterlo fare da solo quindi ho sviluppato un algoritmo genetico che imitava il processo evolutivo, scartando di volta in volta i risultati fino ad arrivare a una numerazione finale ottimale. Il computer ci ha messo mesi ma alla fine ho ottenuto 13 cifre. Che chiamo “magiche” perché di fatto sono il DNA delle Sandbeest: la relazione perfetta tra le loro parti, che permette loro di esistere e spostarsi senza alcun ausilio esterno se non la forza del vento».

Un fenomeno pop

Malgrado passeggino sulle spiagge del mare del Nord da decenni, con le loro ali, bandiere ed eliche di propulsione, le Strandbeest sono diventate un fenomeno pop solo recentemente (e Theo Jansen, di conseguenza, una vera e propria celebrity). Nel 2014, infatti, l’inventore-artista olandese è stato scelto da Audemars Piguet (main sponsor della mostra di Milano, affiancato aFondazione IBSA e KLM, con il sostegno di Ambasciata e Consolato generale dei Paesi Bassi e Mondriaan Fund) per la sua prima partnership artistica. E, grazie al sostegno del marchio di orologeria svizzero, le sue gigantesche sculture animate sono approdate a Art Miami/Basel, l’appuntamento clou per gli appassionati d’arte di tutto il mondo.

A ognuno la sua bestia

Mentre le sue bestie correvano sulla spiaggia all’alba, Instagram ha deciso che valeva la pena raccontare l’impresa sul suo account e la viralità è stata immediata. E anche se a Milano non si può ricreare l’esperienza della spiaggia affacciata sull’oceano, i video presenti in mostra danno comunque il senso della grandiosità del progetto dell’artista. Perché di Strandbeest, ora, ce ne sono di tutti i tipi: c’è un millepiedi, un rinoceronte (che ospita persone sedute al suo interno), un dinosauro, una specie di uccello. E le mini-beest che si comprano online e si assemblano (alcune con eliche incorporate).

Un progetto evolutivo open source

Ma, soprattutto, ci sono online le istruzioni dettagliate su come realizzare altre bestie. «Ho pubblicato immediatamente il mio algoritmo e condiviso con il mondo le tecniche e gli studi che portano all’evoluzione della specie», spiega Jansen. «E centinaia di studenti, in tutto il mondo, le costruiscono insieme a me. Lo fanno per divertimento. Ma anche loro, come me, sono diventati strumenti nelle mani delle Sandbeest e contribuiscono al loro sviluppo in giro per il globo». Una colonizzazione opensource…

Un futuro per la mobilità sostenibile?

Viene spontaneo chiedersi se qualcuno abbia mai contattato Theo Jansen per sfruttare la sua invenzione nel settore della mobilità sostenibile. «No», risponde lui, deciso. «Ed è strano, perché il sistema – che attraverso il processo evolutivo è stato perfezionato per funzionare su terreni difficili, ventosi e sabbiosi – sarebbe perfetto in agricoltura. In compenso, però, mi ha chiamato la Nasa».

Le Strandbeest su Venere

È successo un anno e mezzo fa e all’improvviso Jansen si è trovato catapultato a Pasadena, dove ha parlato di fronte a un gruppo di scienziati impegnati nello studio di mezzi di trasporto adatti al paesaggio di Venere. Ma come, delle creature primordiali fatte di tubi e materiali no-digital sarebbero più adatte delle sofisticate apparecchiature che gli ingegneri spaziali sono in grado di progettare? «Su Venere le temperature sono così alte che l’elettronica non funziona, la pressione atmosferica è elevatissima, il terreno è impervio. Condizioni a cui le mie bestie sanno rispondere egregiamente visto che sono progettate per sopravvivere nelle dune di sabbia e hanno solo parti meccaniche».

L’ingegno meccanico delle bestie

E come fare quando manca il vento (che, su Venere, c’è, ma la cui forza è drasticamente ridotta dalla pressione atmosferica)? «Le Strandbeest più avanzate sono anche dotate di un sistema di raccolta e di rilascio lento dell’aria», spiega Jansen. E ce lo mostra, al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica. Anche in questo caso, la soluzione è ingegnosa ma ha un aspetto low tech perché Jansen ha ricoperto lo scheletro delle sue bestie con bottiglie di plastica dotate di un interruttore che fa entrare l’aria e la rilascia poi lentamente, quando serve, per azionare i muscoli che portano il movimento alle gambe delle bestie.

Tutto è frutto dell’immaginazione

È questo che Jansen vuole? Popolare non solo il mondo con le sue Strandbeest ma anche il cosmo? «Sarebbe straordinario», dice lui. «Ma quello che faccio non ha uno scopo. È solo il frutto della mia immaginazione. Quando la gente mi chiede cosa mi ha ispirato a fare tutto questo rispondo che è la vita stessa che me lo ha chiesto. Perché quando sono su una spiaggia e lavoro sotto le nuvole l’unica cosa a cui penso che la nostra esistenza è un miracolo del quale spesso di dimentichiamo, soggiogati come siamo dalla quotidianità». Suona un po’ metafisico. «Suona così, è vero», dice Jansen. «Ma in realtà è solo immaginazione».

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