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L’ennesima Top Ten del design 2019. Un “best of 2019” per raccontare la schizofrenia contemporanea

written by Vittoria Pugliese

Siamo in quel periodo dell’anno in cui liste e Best Of raggiungono livelli di inflazione altissimi. Se ancora non ne avete abbastanza, eccone un’altra. Una Top Ten del design 2019. Un compendio variegato di progetti, eventi, mostre, pubblicazioni, pseudo e nuove innovazioni che raccontano la schizofrenia contemporanea.

Non stiamo cercando di insegnarvi nulla quanto di condividere chi siamo e cosa pensiamo. Infatti questa Top Ten del design 2019 è – proprio – volutamente arbitraria. Per prendere posizione. E per dichiarare che se pensate che sia tutto un po’ schizofrenico non vi sbagliate: è così.

IBM Q System One, Map Project Office + Universal Design Studio

IBM quantum computer

I designer alle prese con la fisica quantistica. Succede anche questo nel 2019. IBM ha infatti collaborato con Map Project Office e Universal Design Studio (entrambi fondati da Edward Barber e Jay Osgerby), per creare Q System One. Che è il primo computer quantistico al mondo destinato all’utilizzo aziendale. Presentato a Gennaio 2019, si tratta di un sistema pratico e scalabile che contribuisce a democratizzare il calcolo quantico, segnando un grande passo avanti nella commercializzazione della tecnologia.

Storicamente i componenti di un computer quantistico vengono mantenuti isolati e dispersi in un laboratorio. Lo scopo è evitare interferenze e assicurarne il funzionamento. Invece, IBM System One, che sembra enorme scatola trasparente, è stato progettato per adattarsi a una forma integrata e quindi a un ingombro molto più ridotto. Le pareti in vetro borosilicato permettono il totale isolamento delle componenti interne. Queste ultime sono una serie di strutture distinte ma interconnesse che culminano nel tratto distintivo del computer: il criostato cilindrico pendente al centro della scatola. Il motivo per stare nella Top Ten del design 2019? Il design gioca un ruolo fondamentale per questo grande risultato, che ci ricorda l’importanza di una disciplina in grado di dare forma alla complessità contemporanea.

Vitra feat. Virgil Abloh

Altra convergenza. Moda e design creano un bonomio tra i più spiazzanti tra Vitra e Virgil Abloh. Pensate storica azienda produttrice di mobili (orgogliosamente sorda alle mode del momento) e l’homme du jour.

virgil abloh for vitra

Virgil Abloh è infatti art director di Louis Vuitton, nonché streetwear god, DJ, inventore e CEO di Off-White moda e parte della Time 100. Progettualmente parlando, un decostruttore multidisciplinare e pioniere dell’urban style di lusso che ci sa fare soprattutto con la narrazione. A Giugno in occasione di Art Basel, Abloh ha realizzato “twentythirthyfive” al Vitra Campus, una sua visione sul futuro dell’abitare. Il designer ha avuto l’opportunità di accedere all’archivio di Vitra per rivisitare i prodotti più iconici del marchio. Il contributo di Virgil Abloh sarebbe servito come sguardo alternativo e privo di vincoli alla collezione. Lo scopo? Aiutare il marchio a evadere dall’élite intellettuale per abbracciare un pubblico più ampio e giovane. Se gli intenti sono anche comprensibili, rimane da capire (soprattutto osservando gli effettivi risultati) quanto questa collaborazione sia sostanziale e quanto invece una patina superficiale. Del resto anch’essa discutibile, visto che quello che è rimasto impresso nel mondo è soprattutto la collezione che Virgil ha realizzato – in contemporanea – con Ikea. Who else… Entra quindi nella Top Ten del design 2019 ma senza un vero like.

Global Tools, 1973 – 1975: Quando l’educazione coinciderà con la vita

global tools

Tecnicamente è uscito alla fine del 2018. Ma è nel 2019 che questo libro (edito da Nero, a cura di Valerio Borgonuovo e Silvia Franceschini, racconta tre anni di intensa sperimentazione di gruppi radicali italiani) fa la sua presa tra i designer. Forse perché le circostanze di oggi non sono tanto diverse da quelle che animavano questi sperimentatori seriali. Forse perché il libro fa finalmente luce su come design e arte possano aiutare a capire quali sono i problemi più urgenti da affrontare e come inventare un nuovo modo di vivere partendo dal vecchio. Da leggere.

Interlace, JongeriusLab

hella jongerius

Con il suo JongeriusLab, la designer olandese Hella Jongerius, una delle menti più critiche e influenti del design internazionale, fa spesso riflettere. Lo ha fatto quest’estate con Interlace, un progetto presentato da Lafayette anticipations sul tessile. Negli spazi della fondazione parigina nata nel 2018 a sostegno e promozione di arte contemporanea, design e moda, Jongerius ha infatti messo in scena la ricerca, la sperimentazione, gli strumenti e i materiali del settore. Interlace ha messo in discussione le implicazioni culturali, economiche e sociali della produzione e del consumo dei tessuti. E lo ha fatto in un momento in cui il consumismo e il mondo del fast fashion la fanno da padrone. Interlace portava a una presa di consapevolezza da parte del visitatore e consumatore. Ma anche a riconsiderare l’aspetto multidisciplinare e tecnico del tessuto, trasformandolo in un veicolo su cui investire quando si parla di innovazione culturale e non solo.

Medaglie riciclate, Tokyo 2020

tokyo 2020

I giochi olimpici ci avevano già offerto un assaggio di economia circolare nelle passate edizioni. Era successo quando, per Rio 2016 e per le invernali di Vancouver parte delle medaglie erano state realizzate recuperando dispositivi elettronici. Ma è nel 2019 che la commissione di Tokyo 2020 ufficializza: le cinquemila medaglie dei vincitori saranno tutte frutto del riciclo di materiali di scarto. Si tratta di un progetto a lungo termine, iniziato due anni fa. I dispositivi sono stati raccolti dalle autorità locali tra negozi di elettronica e le scuole e insieme a Ntt Docomo, il più importante operatore telefonico giapponese. Grazie ai milioni di cellulari, macchine fotografiche, laptop e altri piccoli dispositivi sono stati ottenuti 32 chilogrammi di oro, 3500 di argento e 2200 di bronzo. Un altro piccolo passo ma di grande impatto che testimonia la tendenza generale alla sensibilizzazione verso la questione ambientale. Grande applauso nella Top Ten del design 2019.

Cybertruck, Tesla

tesla cybertruck

Definito radicale nel design, paragonabile a un’opera d’arte e parte di un film sci-fi, il Cybertruck di Tesla rappresenta tutto tranne quello che ci aspettavamo. Il confine tra coraggioso e ridicolo è labile e la riuscita o meno del veicolo, presentato a fine novembre da Elon Musk, sembra giocare su questa sottile differenza. Progettato per assomigliare ad un incrocio tra un aereo e un camioncino, il Cybertruck combina l’accelerazione di un’auto sportiva con capacità di guida fuoristrada a un motore elettrico. Un altro carattere distintivo è l’incredibile forza e resilienza sia del corpo che delle finestre. È dovuto alla scelta di materiali all’avanguardia presi in prestito, senza nemmeno dirlo, dall’ingegneria spaziale. Ma al di là delle prestazioni, ha fatto molto parlare di sé l’estetica retro futurista. Che se da una parte può essere giustificata, dall’altra non convince proprio per il gusto nostalgico dell’interpretazione che non restituisce un vero futuro ma una visione passata del futuro. Siamo tutti d’accordo che l’auto personale non rappresenti più il futuro della mobilità. Allora perché l’esaltazione di un sogno sulle quattro ruote, non è più necessaria.

Cross Cultural Chairs

cross cultural chairs

Nel 2019 siamo ancora qui a chiederci quale sia il ruolo della sedia nella società contemporanea. Soprattutto ora che il settore del mobile è saturo e viene percepito come una modo di esprimersi più che una necessità. Ma se guardiamo da una prospettiva più ampia è interessante vedere come cambiano a seconda di dove siamo collocati le materie prime, i modi in cui ci relazioniamo agli oggetti che ci circondano, le tecniche con cui vengono prodotti e tutto il tessuto culturale che li porta alla luce, nonostante la globalizzazione e lontano dall’appropriazione culturale. A riflettere proprio su questo c’è Cross Cultural Chairs, il progetto di ricerca di Matteo Guarnaccia, designer italiano di base a Barcellona. che indaga le differenze sociali e culturali degli otto paesi più popolati al mondo e come si ripercuotono sull’atto del sedersi. Messico, Brasile, Giappone, Cina, India, Russia e Nigeria sono state le otto tappe, di quattro settimane ciascuna, che si sono susseguite per tutta la durata di quest’anno e dove il designer ha collaborato con studi di design e artigiani locali per realizzare proprio una seduta che rispettasse e si adattasse al contesto culturale ospitante. Giunti alla fine, quello che dobbiamo aspettarci, con molta ansia, è un libro, un documentario e una mostra itinerante che testimonieranno i risultati ottenuti durante questa esperienza. Un meritatissimo spazio nella Top Ten del design 2019.

Papanek Symposium 2019

papanek symposium

Un grido d’allarme e una presa di posizione: il design è in crisi. Siamo nell’era della post-verità, dei crescenti populismi e dell’asfissiante manipolazione delle informazioni. I diversi filoni della pratica del design contemporaneo offrono una panoramica critica, a volte distopica e apocalittica del futuro. Al Papanek Symposium in occasione della Porto Design Biennale, si è discusso sul ruolo del design in tempi così profondamente problematici. La guida dell’evento è stata presa dal Decolonising Design Group, un team di ricercatori, artisti e attivisti provenienti per lo più dal Sud del mondo fondato nel 2016. Il loro scopo? Riconsiderare le basi stesse su cui è stata fondata la disciplina. Dopo anni di apparente indifferenza, la politica e il design attivo tornano in primo piano, proprio quando la posta in gioco non è mai stata così alta.

MOGU di Officina Corpuscoli, di Maurizio Montalti

mogu officina corpuscoli

Lasciando un attimo da parte i prospetti apocalittici, ma rimanendo sul tema, l’italiana Mogu presenta alla London Design Week delle piastrelle e pannelli acustici in micelio. Mogu è un’azienda creata da un designer (Maurizio Montalti). Si concentra sulla ricerca di migliori tecniche industriali per la produzione di bio-materiali e sullo sviluppo e commercializzazione dei prodotti naturali derivanti da micelio. Ma Mogu è anche il materiale che ha inventato, di origine micotica (cioè viene dai funghi). Ha caratteristiche simili al polistirene ma è completamente biodegradabile e sostenibile ma durante il ciclo di vita ha le stesse funzioni della plastica. Grazie all’alta qualità non soltanto in termini di efficienza ma anche di estetica, viene ridotta la necessità di troppi sforzi comunicativi rivolti alla comprensione.

Touch Down Unit, Studio Klass

touch down unifor

Inclusività e intersezionalità sono le parole dell’anno. In questo senso, la Touch Down Unit di Studio Klass, presentata al fuori salone 2019 per Unifor, è uno dei progetti che meglio ha interpretato questi due concetti. Si tratta di una postazione mobile pensata per rispondere alle esigenze dell’ufficio contemporaneo, quindi alle nuove modalità di lavoro e ai continui cambiamenti di configurazione degli spazi. È dedicata a quei – letteralmente – “liberi” professionisti che non hanno un luogo di lavoro specifico perché vivono la giornata in continuo transito. Ma che soffrono comunque la mancanza di un riferimento fisico all’interno del contesto lavorativo ospitante. Nella Top Ten del design 2019 perché dà dignità a tanti di noi.

 

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