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Chiara Alessi: ecco come racconterò il design italiano contemporaneo al Triennale Design Museum

written by Laura Traldi

Per raccontare il design italiano contemporaneo al Triennale Design Museum 2018, Chiara Alessi ha messo in scena un negozio, attivo e realmente funzionante. Sembra una provocazione. Ma non lo è.

Chiara Alessi si muove spesso controcorrente (leggi altro su di lei qui). Nel suo primo libro, Dopo gli anni Zero (Laterza, 2014, leggi la recensione qui), ha dato dignità a una generazione di designer italiani in un momento in cui non si parlava altro che della fine del design italiano. In Design Senza Designer (Laterza, 2016, leggi la recensione qui) , invece, ha accantonato i nomi tout court per raccontare il progetto come un organismo più complesso in cui la somma è più importante delle singole parti. E ora, chiamata a curare la sezione contemporanea dell’undicesima edizione del Triennale Design Museum 2018 (14 aprile 2018 – 20 gennaio 2019, il titolo è TDM11. Storie. Design Italiano) Chiara Alessi metterà in scena un negozio, attivo e realmente funzionante. Come non pensare a una provocazione?

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IL DESIGN ITALIANO CONTEMPORANEO COME UN NEGOZIO

Soprattutto considerando che a questo store (che non è certo quello classico da museo, come vedremo) aprirà un percorso storico-tematico tutto sommato classico: un excursus sul design italiano lungo il Triennale Design Museum 2018 (a cura di Maddalena Dalla Mura, Manolo De Giorgi, Vanni Pasca, Raimonda Riccini) raccontato attraverso 180 opere realizzate tra il 1902 e il 1998 e suddivise in 5 aree tematiche. Dopo tante idee e sogni sociali e progettuali espressi in indimenticabili icone, non è forse un insulto raccontare l’oggi attraverso una realtà commerciale come uno store?

Lo store del Triennale Design Museum curato da Chiara Alessi si ispira, in termini di atmosfere, alla scenografia dell’opera Ascesa e caduta della città di Mahagonny di Bertold Brecht

NON È UNA PROVOCAZIONE

Ma raccontare l’essenza del design italiano contemporaneo con un negozio non è una provocazione. Si tratta, al contrario, di un passo coerente con il percorso che Chiara Alessi ha iniziato con i suoi libri: dove ha raccontato il design italiano oltre oggetti e persone, focalizzandosi sui sistemi. «Il design contemporaneo italiano è fatto di una multi-formità di linguaggi, spesso sconosciuti al Novecento, che concorrono a definire la complessità ed eterogeneità dei processi che lo alimentano», spiega Alessi. Per essere chiari: i designer sono produttori, imprenditori, interpreti della tradizione, artigiani, maker. Sono progettisti integrati, lavorano su processi, interfacce, servizi. Propongono la riconversione di esperienze storiche, un nuovo artigianato (digitale ed analogico), il digital making, le lavorazioni manifatturiere residuali, la produzione di serie limitate e prodotti industriali…

Chiara Alessi, ce n’è da far girare la testa. Come si fa a tenere insieme tutto questo?

«È stata questa la domanda dalla quale sono partita. Anche perché volevo creare una situazione in cui tutte le diverse realtà fossero messe sullo stesso piano: perché quando si parla di cose che stanno accadendo è più importante la foto del gruppo, l’istantanea di insieme, per mossa che sia, rispetto al ritratto dei singoli. Penso che questo abbia anche a che fare con una questione più ampia, quella che poneva il Triennale Design Museum. E cioè come si può rappresentare il design italiano contemporaneo in maniera non banale, alternativa, eleggendo temi nevralgici che diano conto dei processi più dei singoli prodotti. Nessun intento provocatorio, quindi. Ma nemmeno moralistico o celebrativo. Mi interessava di più provare a capire il presente. E dargli conto».

Il design contemporaneo italiano: non solo prodotti. Il sistema di produzione di miele, di Francesco Faccin

Per quale ragione gli oggetti non si prestavano a rappresentare il contemporaneo?

«Perché il design italiano del nuovo millennio non riesce a inserirsi nella narrazione classica della storia del design del Novecento, fatta di oggetti, autori e aziende. Visto con questa lente, appare come “non all’altezza”. In questa constatazione mi sono sentita allineata con gli altri curatori. Che, da storici, hanno deciso di fermarsi al Novecento nella narrazione sulle icone del design italiano. Da un lato perché, quando si parla di contemporaneità, non c’è abbastanza distanza storica per eleggerne di nuove significative. Ma soprattutto, io credo, perché le ricerche più interessanti di oggi non si incentrano sul cosa ma sul come, non si misurano sulla loro resistenza nel tempo ma sulla loro incisività nel presente. Sta per uscire un mio libro (Le caffettiere dei miei bisnonni, Utet, 2018), proprio su questo argomento: la saturazione delle icone, la pacificazione con le nostre radici, ma anche l’invito a guardare oltre nel racconto del design».

Qual è quindi il paesaggio del design italiano di oggi di cui stiamo parlando?

«È un paesaggio di esperienze che nel loro insieme sono più significative rispetto alle narrazioni dei singoli autori. Un territorio fatto di esperienze di carattere imprenditoriale, editoriale, auto-produttivo. È altamente denso, vivace, mobile e molto, molto italiano ma frammentato e per questo sconosciuto: è difficile da afferrare. Le cause che hanno portato a tutto questo sono molte. La digitalizzazione, ma anche il tramonto dell’autorialità e dei grandi brand. La diffusione dei nuovi mezzi di produzione e l’applicazione di metodi progettuali nei campi più diversi. Nonché la metabolizzazione di processi che provengono da altri mondi in quello del progetto».

Nella sezione del Triennale Design Museum 11 ci saranno anche prodotti editoriali (nella foto il Manuale di metodologia progettuale di Matteo Ragni, ed Corraini)

Il negozio si prestava a raccontare tutto questo? Come mai?

«Perché in uno store si trova di tutto e la varietà è immediatamente percepita come un valore. Permette di raccontare i processi che hanno portato alla realizzazione dei prodotti (perché non si tratta di un negozio tradizionale come ti spiegherò). E soprattutto perché mette al centro i temi fondamentali di distribuzione e vendita, dove stanno avvenendo le innovazioni più interessanti, che influenzano non poco la progettazione e la manifattura stessa degli oggetti. In ultimo: uno store partecipativo come quello che stiamo realizzando permetterà a tante persone di avvicinarsi a piccole imprese del design che altrimenti non avrebbero mai l’opportunità di conoscere. Tieni presente anche che non sono una storica e non mi considero una curatrice. Provengo da una famiglia di quelle che alcuni definiscono di “bottegai”. Forse il mio dna è più imprenditoriale che curatoriale, o è curatoriale nel modo in cui lo sono i bottegai»

Raccontaci come sarà questo store.

«Il mercato che il pubblico vedrà deve molto alla capacità visionaria dello studio Calvi Brambilla (progettazione) e Leonardo Sonnoli (comunicazione visiva), che sono riusciti a sciogliere in maniera potente la mia intuizione in principio nebulosa. La visualizzazione che hanno dato segue la metafora di una città, contemporanea ma anche distopica, di cemento crudo, specchi e luci al neon. Lungo questa strada si aprono vetrine in cui sono messe in scena diverse modalità che hanno a che fare con produzione, vendita, promozione e distribuzione del design contemporaneo».

Come avverrà la vendita?

«Ci sarà una macchina alta sei metri: di fatto uno store completamente automatizzato che sono riuscita a costruire grazie alla generosità della Icam. Ci saranno prodotti open source, personalizzabili dal visitatore e realizzati in situ e apposta per questa occasione. Progetti da finanziare con il crowdfunding. Prodotti gratuiti, in cambio di una visita alla studio che li ha creati. Pezzi unici battuti all’asta. Di tutto. Venti progetti sono stati disegnati appositamente per questa edizione del TDM e verranno venduti attraverso un sito di e-commerce ad hoc, gestito interamente dalla Triennale. Uno sforzo importante da parte del Museo, del quale ringrazio il direttore Silvana Annicchiarico e tutta la sua squadra».

Quale sarà la sensazione che si avrà entrando?

«Abbiamo voluto conservare un impatto un po’ straniante, interrogativo, non completamente luminoso. L’ispirazione per me era una messinscena di un’opera di Bertold Brecht: “Ascesa e caduta della città di Mahagonny”. Dove Mahagonny è la città dei sogni, immolata sull’altare del commercio, mendace e illusoria. La nostra restituzione, però, sarà alla fine più ottimista».

Hai detto che questo paesaggio è «molto, molto italiano». In che senso?

«Perché esprime una vivacità imprenditoriale notevole, un desiderio di sperimentazione costante, una voglia di mixare forse e competenze per creare il nuovo, sempre con un occhio al locale, distrettuale, originariamente italiano. Sono le stesse caratteristiche che animavano i grandi imprenditori e designer dei “bei tempi”, seppur parcellizzate e frammentate e quasi invisibili perché, prese singolarmente, magari non hanno poi alcuna incidenza sul PIL nazionale. Ma non per questo meritano di essere dimenticate. O, ancora peggio, sempre e solo analizzate in comparazione alla grandeur del passato. Forse, alla fine, la cosa davvero più interessante di questo TDM11 (che, ricordiamolo, parte da presente per arrivare al passato) potrebbe essere proprio la possibilità di guardare la storia partendo dall’oggi. E non solo metaforicamente».

RITRATTO DI COPERTINA di Diego Alto

3 risposte a “Chiara Alessi: ecco come racconterò il design italiano contemporaneo al Triennale Design Museum”

  1. Roberta ha detto:

    Buongiorno Laura,
    mi complimento per gli argomenti trattati (seguo con interesse i tuoi articoli) e per come sono scritti. Grazie anche riguardo quest’ultima informazione sul progetto di Chiara Alessi.
    Un cordiale saluto,
    Roberta Licini

  2. ChiaraMo ha detto:

    Bella l’idea dell’allestimento, peccato che saranno presentati il solito manipolo di nomi, ridondanti e onnipresenti in questo tipo di eventi e selezioni, che purtroppo non rappresentano realmente il design italiano, ma al massimo identificano una rubrica di una simcard.

  3. Mariadele Conti ha detto:

    Bravissima Chiara Alessi.L’idea parte da un concetto interessante e da un punto di vista condiviso. Sulla realizzazione così come descritta, ho qualche dubbio,mi
    pare poco attinente e di difficile comprensione,non mi resta che visitare la mostra….

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