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Twenty One Pilots: «vogliamo che i ragazzini pensino con la loro testa»

written by Laura Traldi
CATEGORIE Interviste Artisti

l loro singolo Stressed Out è diventato un inno per Millennial e teen. I Twenty One Pilots ora puntano più in alto: cantare i dubbi per insegnare ai ragazzi a porsi domande

Questo articolo è apparso su D la Repubblica, 29/10/2016 scarica qui il PDF

«Dimenticate Taylor Swift. È Stressed Out dei Twenty One Pilots l’inno dei Millennial». Così scriveva The Atlantic a marzo. E ci ha visto lungo. Perché, a pochi mesi di distanza, il duo dell’Ohio (Josh Dun, 28 anni, alla batteria e Tyler Joseph, 27, a tutto il resto) non è più solo «la più grande band dell’anno di cui non avete mai sentito parlare», come scriveva il Rolling Stone, ma un successo globale: due singoli per 40 settimane tra i primi 5 nella Hot 100 di Billboard (per Forbes, prima di loro ce l’hanno fatta solo i Beatles ed Elvis), il Best Video Award di Mtv Usa in tasca e una candidatura per il Best LiveAct Award agli European Mtv Awards accanto a Beyoncé, Adele e i Coldplay.

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Uno duo che parla a una generazione impaurita

Niente male per una band (suonano al Forum Mediolanum di Assago il 7 novembre, unica data italiana), che fino a pochi anni fa si esibiva per strada. E che, fin dalla prima hit, si è ingraziata una generazione incarnandone le ansie. «Dicevano che crescendo sarei diventato sicuro, invece mi preoccupo di cosa si pensa di me», rappa in Stressed Out Tyler Joseph, viso da bambinetto ma istrionico performer dal look inquietante, tra maschere, passamontagna e makeup nero carbone. «Costruivamo razzi per volare, sognavamo il mondo. Ma ora ci ridono in faccia e dicono: sveglia, è ora di far soldi. Potessi tornare ai bei tempi, quando mamma cantava per farci dormire… Ora è solo stress». Inno da Millennial, appunto.

È l’inquietudine che piace di Tyler e Josh?

I Twenty One Pilots fanno una musica indefinibile: un mix di hard rock, hip hop, elettronica e reggae che suona psicotica a un adulto. E il loro nome si ispira a un dramma poco conosciuto di Arthur Miller, All My Sons. Una storia spaventosa, in cui un affarista durante la seconda guerra mondiale vende ricambi di aereo che sa essere difettosi causando la morte di 21 piloti. È questa inquietudine di fondo che fa piacere i Twenty One Pilots ai Millennial e ai teen? O cosa?

Tra nonni, genitori e case di provincia

Su YouTube, accanto ai video delle loro hit (Ride o Car Radio, entrambi dischi di platino), c’è una marea di filmati che li racconta. Loro e i tatuaggi, i piercing, i capelli arcobaleno. Loro che si ridono addosso (raccontando la bufala di essersi conosciuti in prigione, inscenando finti dibattiti presidenziali), in versione bambini (eccoli che si fanno sgridare in una concert hall perché vanno in giro con lo skate) e in quella un po’ da sfigati (come quando, nel 2014, arrivano a un festival per esibirsi e si perdono nel campeggio, trovandosi a montare il palco di notte a concerto finito). Ma infine anche loro che quando salgono sul palco si trasformano. Riuscendo a coinvolgere le persone che contano per loro: il video di Stressed Out è stato filmato nelle case in cui sono cresciuti (nei sobborghi di Columbus, Ohio), le comparse sono mamma e papà, fratelli e sorelle, mentre sulla copertina dell’album Vessel hanno messo i nonni.

«Dobbiamo dire grazie a mamma e papà»

«Chi ci ha influenzato di più nella vita? I nostri genitori», ha detto una volta Josh Dun (look arrabbiato, una passione per gruppi dai nomi inquietanti come Death Cab for Cutie, ma in fondo figlio modello). Tipi rock-and-roll, senza sesso e droga, che dall’educazione religiosa hanno tratto il rispetto per gli altri. Soprattutto per i fan. Quando Tyler, in una tappa taiwanese del tour BlurryFace, ha avuto un’infezione alla gola, non è stato mandato un manager con un messaggio asettico a dare spiegazioni, i due sono usciti sul palco per dire: «Scusate, il concerto non si fa. Però se volete possiamo chiacchierare».

«Abbiamo sempre paura di non essere all’altezza»

L’appuntamento telefonico che abbiamo con loro è per un sabato sera. E, come conviene a dei bravi ragazzi, la loro chiamata spacca il minuto. «Grazie del tuo tempo, ci fa onore», esordisce Josh. Possibile che ancora non abbiano capito di essere diventati delle star? «Abbiamo sempre paura di non essere all’altezza. Sai, siamo dell’Ohio», dice Tyler.

«Giù i telefoni e sorreggetemi»

È difficile, per chi li ha visti in concerto, credere a questa insicurezza, anche se i loro testi (che affrontano tematiche inquietanti come suicidio, depressione e la sofferenza di sentirsi diversi) ne sono intrisi. Non tanto perché di esperienza i Twenty One Pilots ne hanno fatta, ma soprattutto perché i loro show sono quasi performance teatrali: con grafiche ossessive proiettate sugli schermi, maschere e costumi che cambiano continuamente, stunt acrobatici, apparizioni nel pubblico e “passeggiate” sulle mani alzate dei fan («mettete giù i telefoni perché mi dovete sostenere», dice Tyler, che a Milano vedremo rotolare in un’enorme palla da criceto trasparente sugli spettatori).

«Essere sul palco ti rende vulnerabile, esposto»

«Siamo abituati, ma la paura c’è sempre. Da quando nessuno ci conosceva e non avevamo mai la più pallida idea se avremmo avuto un pubblico», racconta Dun. «Ci siamo inventati gli stunt perché ci esibivamo in luoghi improbabili, dove spesso la gente ci dava le spalle. Essere sul palco ti rende vulnerabile, esposto. E anche adesso che vendiamo i biglietti continuiamo sentirci così. Perché, è ovvio che avendo pagato verranno, ma la domanda è: sapremo dargli quello che si aspettano? La chiave è dare sempre il 100%, vedersi perennemente precari nel successo».

«Sappiamo che la gente si identifica nelle nostre canzoni»

Singer Tyler Joseph and drummer Josh Dun perform during a Twenty-One Pilots concert at SAP Center Friday, Feb. 10, 2017, in San Jose, Calif. (Jim Gensheimer/Bay Area News Group)

Vi sentite portavoce di una generazione? «Non saprei. Certo siamo coscienti di quanto la gente si identifichi con le parole delle nostre canzoni», dice Josh. «La musica ha un grande potere ed è uno spreco non usarla per parlare di temi che stanno a cuore alle persone. Per noi è stata una scelta naturale scrivere canzoni che pongono domande più che dare risposte».

«Le etichette, nella musica, sono gabbie»

Non è raro che nello stesso brano passino da un inizio hard rock a una melodicità da ballata d’altri tempi o al rap che vira inaspettatamente all’elettronica e al reggae, con tanto di pianoforte, ukulele e batteria. Un mix che chi è cresciuto negli anni ’80 trova strano, ma che si intona col sentire della nuova generazione. «Con l’accesso universale alla musica, anche il mondo di ascoltarla è cambiato: mescolare è normale, le etichette sono gabbie», dice Josh.

«Non vogliamo essere niente, tranne quello che siamo»

«A volte abbiamo subito pressioni, ci hanno chiesto di scegliere un tipo di musica e rimanere fedeli esclusivamente a quello», dice Tyler. «Ma a chi mi diceva: “Non puoi essere tutto per tutti”, ho sempre risposto che non voglio essere niente, io sono quello che sono. Ovvero, uno che non va sul palco per dire alla gente quello in cui dovrebbe credere, ma che spera di insinuare nei ragazzini l’idea che, anche se tutto li spinge ad andare in una certa direzione, non sono costretti a farlo. Non vogliamo ispirarli alla ribellione ma a pensare con la loro testa. E se qualcuno, grazie alla nostra musica, sarà incoraggiato a farlo, la nostra esistenza come band avrà avuto un senso. Anche duraturo, a prescindere da qualunque classifica».

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