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Perché il vintage fa male al design

written by Laura Traldi

Le forme vintage, ispirate al passato, sono diventate sinonimo di stile. Ma copiare le forme delle icone del passato senza riprenderene la portata rivoluzionaria è un’operazione nostalgia che non porta da nessuna parte.

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«Questa cosa del vintage (sul vintage e il design abbiamo già parlato qui) vi sta sfuggendo di mano» twittava qualche tempo fa Giordano Giusti, ripreso poi da @giornalettismo. Il giornalista si riferiva non già a design o arredamento ma all’incidente in cui è incappato un escursionista tirolese che, seguendo le indicazioni di una guida del 1985, è precipitato in un dirupo.

Perché il passato ci sembra sempre “meglio”

È una storia che mi ha fatto venire in mente l’avventura di alcuni miei amici olandesi che, orgogliosi proprietari di un classico VW campervan degli anni 70, hanno dovuto abbandonarlo appena giunti in Spagna per non morire di caldo.

Davanti a queste storielle c’è da ridere (il malaugurato tirolese non si è fatto male, i miei amici hanno passato un’ottima vacanza) ma anche un po’ da piangere: sono, infatti, la prova evidente di un fatto: che quando si tratta di scegliere qualcosa che ci piace, il pensiero è che il passato sia il luogo cui rivolgersi per trovare il meglio.

[green_box] Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 6 novembre 2015 [/green_box]

Lo stesso accade nel design e negli interior.

Ormai tutto quello che trae ispirazione dal passato va a ruba: si cena in ristoranti dagli interior anni 50, si sognano (guardandole sulle riviste) le case arredate con i mobili di Eileen Gray, si dipingono le pareti con colori pastello e si pagano prezzi spesso sconsiderati per mobili acquistati dal rigattiere. E mentre chi se le può permettere compra le riedizioni delle icone dei maestri, chi ha un budget meno generoso si affida alle imitazioni (guai a chiamarle copie, anche se poco ci manca). Ed ecco l’amore per il vintage trasformato in “finto autentico” mainstream.

Gli arredi d’epoca? Belli, sì, ma che peccato

Chissà cosa penserebbe Achille Castiglioni davanti all’ennesimo salotto in cui campeggia la sua lampada Arco (spesso non nella versione originale ma in una triste copia). E cosa direbbe uno come Joe Colombo, che inventava mondi da Star Wars prima che nascesse Star Trek, se vedesse che il top del cool a 40 anni dalla sua morte sono bar e ristoranti che rievocano tempi che erano antichi quando lui era un ragazzino… Sono convinta che anche loro, davanti all’imperante mania del vintage, direbbero: belli, sì, ma che peccato. Perché propore remake di quello che ha fatto la grandeur del passato rievocandone solo forme e look significa rinnegarne l’anima, banalizzandone la portata rivoluzionaria e avanguardista.

Più conservatori che mai

«Viviamo in un’epoca conservatrice, in cui identifichiamo l’essere senza tempo e il concetto di qualità come appendici del passato», dice David Adjaye, architetto e designer (leggi la sua intervista qui). «Non va bene. Il passato va capito, ma serve una forza propulsiva per andare oltre. Non con forme fini a se stesse ma considerando l’architettura, gli interni e il design come mezzi per creare una nuova socialità, di cui la forma dovrebbe essere una manifestazione». Come accadeva con oggetti come la Minikitchen di Joe Colombo per Boffi o la poltrona Blow di Zanotta, oggetti capaci di insinuarsi nell’immaginario collettivo, stimolando nuovi stili di vita domestici.

Va ancora il “buon gusto” piccolo borghese

«Oggi, invece», aggiunge la designer francese Inga Sempé, «è tutto un pullulare di piccole cose dal look rétro che ci riportano all’infanzia dei genitori o dei nonni, erroneamente percepito come un mondo dolce e ovattato. Credo che la crisi abbia avuto un ruolo importante in questo desiderio di rifugio. Ma che ci sia in gioco anche il fattore “buon gusto”, l’assicurazione che, affidandosi a oggetti che fanno parte delle collezioni dei musei, si possa contare su un’eleganza senza tempo. È un approccio piccoloborghese che non riflette la realtà, nemmeno per quanto riguarda il valore degli oggetti: la presenza in un museo non è garanzia di funzionalità né di qualità. È l’uso vero nel quotidiano che decreta il successo di una sedia o un divano».

La mania del vintage fa male al design

Anche Giulio Iacchetti, designer, è critico nei confronti di questa inclinazione: «La mania del vintage fa male al design», dice. Eppure passa molto del suo tempo ricercando, collezionando e studiando oggetti storici. Perché? «Ha lo stesso valore del leggere i classici per uno scrittore. Comprendere i significati tecnici e semiotici sottesi in questi pezzi significa mettersi nel solco del progettista, assorbirne il pensiero e carpire le soluzioni adottate: il fine è esattamente il contrario del copiare, perché chi conosce quello che è stato fatto e il motiv per cui ha funzionato non può che generare vera innovazione».

Ispirarsi alla storia va bene. Ma bisogna aggiungere qualcosa

«Non c’è niente di male quando la forma di un oggetto deriva da quella di un altro che ha segnato la storia», dice Jasper Morrison, designer e art director (leggi una sua intervista qui). Anche lui ammette di «osservare cose che esistono da decenni per cogliere il potere suggestivo che rilasciano negli spazi che le ospitano: l’importante è che nel risultato del mio lavoro ci sia poi qualcosa in più che non era presente nell’originale».

Alla ricerca dello scarto che separa l’ispirazione dalla copia

Spiegare in che cosa consista questo “qualcosa”, lo scarto che separa l’ispirazione dalla copia, non è facile. Ci prova Andrea Marcante, dello studio Marcante Testa (leggi altro su di lui qui). «Si nota quando il senso di familiarità non è letterale, quando di fianco alle forme che citano il passato esistono spunti di “straniamento”, momenti di rottura estetica o suggerimenti per un uso diverso dell’oggetto». Come succede nella collezione di arredi per bambini Cose di Bocia progettata da Marcante con Adelaide Testa: pur attingendo a piene mani da un repertorio d’epoca, propone uno stile di vita contemporaneo, con aste portanti su cui arrampicarsi e giocare. «Non diciamo al bambino come divertirsi ma gli diamo gli strumenti per ingegnarsi a farlo». Anche il divano “da conversazione” Summit di Iacchetti per Casamania sembra un classico. Ma si apre, trasformandosi in due poltrone accostate. «L’idea era di proporre uno stile di vita antico (il living room come luogo di scambio, e non per guardare la tv) che però al momento rappresenta una novità rispetto al presente».

Le icone nascevano dalla fame di nuovo

«Sarebbe bene ricordare che quello che ha reso speciali le icone del design era la fame di nuovo da cui nascevano», aggiunge Gabriele Buratti, architetto e designer. Con il fratello Oscar, progetta interior in cui inserisce a piene mani pezzi iconici del design. «Alcuni arredi hanno qualità insuperabili, e non a caso sono in catalogo da decenni. Trovo però che utilizzarli in interni progettati oggi ma che imitano atmosfere del tempo passato sarebbe come svilirne la portata rivoluzionaria».

Cogliere l’essenza del contemporaneo

Niente total look vintage, quindi, nelle case disegnata dai Buratti, ma poltrone e tavoli che hanno fatto la storia del design inseriti in ambienti dagli scorci architettonici arditi, decisamente contemporanei. «Il vero problema della cultura del design oggi non sono i pezzi storici o le riedizioni ma chi, pur vivendo nel presente, non tenta il difficile compito di cogliere l’essenza del contemporaneo. Penso alle riviste che promuovono gli oggetti proposti da questi iautori e aziende, senza mai cercare il nuovo e spingerlo, come invece facevano le testate di design del passato. Di cui e penso, in questo caso, legittimamente si sente la nostalgia».

Il compito della critica

Iacchetti concorda. «Puntare sul “consolidato” ha dato soddisfazioni in termini di fatturato, quindi credo che difficilmente si cambierà rotta. Dovrebbe invece essere compito della critica non tanto stigmatizzare questi atteggiamenti “passatisti” ma piuttosto promuovere giovani progettisti sui quali scommettere. Solo da loro, infatti, possono arrivare nuove proposte in grado di percepire e comunicare lo spirito del nostro tempo, mirando a nuovi traguardi. Enzo Ferrari, a metà degli anni 70, volle per la sua scuderia un ignoto e giovanissimo pilota canadese di slitte a motore: Gilles Villeneuve. Le scelte apparentemente folli, come si vede, spesso portano lontano».

 

10 risposte a “Perché il vintage fa male al design”

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